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 2011  novembre 01 Martedì calendario

Meglio il silenzio del sospiro finale di Steve Jobs - Non si sa perchè l’abbia raccon­tato. Per amore, dice, per tenerez­za

Meglio il silenzio del sospiro finale di Steve Jobs - Non si sa perchè l’abbia raccon­tato. Per amore, dice, per tenerez­za. Per amore avrebbe dovuto te­nerlo per se. Mona Simpson ha 54 anni, è la sorella di Steve Jobs, an­che se lui ha preso il nome del papà adottivo e lei dal secondo marito della madre. Fa la scrittrice, non è famosa come il fratello e forse per questo ha raccontato al New York Times quello che lui non avrebbe mai voluto, i suoi ultimi momenti, i suoi ultimi sguardi.Per un po’ di lu­ce riflessa: «Ha guardato sua sorel­la Patty, ha guardato a lungo i figli, la sua compagna di una vita, Laure­ne, e poi al di là di loro, nel nulla». Le ultime parole non erano nem­meno parole, ma un lungo sospiro, ore prima di morire: «Oh wow... Oh wow... Oh wow». Cioè l’effetto del­l’antidolorifico, la morfina, la pietà che spetta a un malato terminale, ti nasconde al dolore dentro un nirva­na chimico. Rende bello ciò che è orribile. O almeno si spera sia così. Mona non ha avuto la stessa pie­tà della morfina. Dice: «Da femmi­nista ho aspettato tutta la vita di in­contrare un uomo da amare e che potesse amarmi. Per decenni ho pensato che quell’uomo sarebbe stato mio padre. A 25 anni l’ho in­contrato: era mio fratello». A quel ragazzo«della mia età,in jeans,dal­l’aspetto mediorientale, più bello di Omar Sharif» gli doveva qualco­sa di meglio delle sue confidenze non richieste. Casuali, quasi sempre inconsa­pevoli, comunque definitive. Le ul­time parole, specie se famose, han­no sempre trovato parenti serpen­ti, fratelli coltellie guardoni assorti­ti pronti a spiare la debolezza di un forte, in nome di un amore che non c’è. Dicono meglio così, vuol dire che non era solo, significa che qualcuno lo ascoltava, che qualcuno gli stava vicino. Ma che con­solazione è avere intorno tradito­ri. Raccontano che Leopardi, ma anche Goe­the, negli ultimi momenti invoca­rono «più luce!», mentre Theodore Roosevelt gridò «spe­gnetela!», ognuno secon­do carattere e sentimento. Pa­vese si raccoman­dò «non fate troppi pet­tegolezzi», Alessandro Magno se la prese con i medici «muoio perchè ne ho avuti troppi», D’Azeglio con la moglie «al solito, quando arrivi tu, me ne vado io...». Dino Buzzati non aveva fretta d iandarsene «pas­sin passetto mi avvio», Oliver Cromwell non vedeva l’ora«non vo­glio bere, né dormire, ma andarme­ne più in fretta che posso», Papa Alessandro VI si sentiva persino spingere «va bene, va bene, arri­vo! ». Altri alle parole preferirono i fatti: Molière domandò un pezzo di parmigiano, Baudelaire della sena­pe, Cechov si lamentò di non «aver bevuto abbastanza champagne», Kant morì dopo aver buttato giù un bicchiere di acqua e zucchero. For­se a Mona cos’è l’amore potrebbe spiegarlo Cesare Prandelli. Che del­la sua Manuela, che per lui era tut­to, non disse niente: «Porto dentro di me le sue ultime parole, ma non riesco a dirle, a farle uscire. È trop­po dura». Devo avere paura? chie­deva Anthony Hopkins alla morte in Vi presento Joe Black . «Non un uo­mo come te...»