Il Sole 24 Ore 31/10/2011, 31 ottobre 2011
TERRENI AGRICOLI E LINGOTTI CONTRO SVALUTAZIONE E TASSE
Chiudere baracca e burattini e andare all’estero per rifarsi una vita, lontano dalle esose imposte del nostro Paese? Pagare uno "spallone" per esportare i soldi guadagnati, magari in nero, in un porto sicuro come la Svizzera? Difendersi dal rischio patrimoniale costruendo una struttura societaria di diritto straniero e sfuggire così alle imposizioni del fisco italiano? Le tentazioni sono tante. Ma la loro realizzazione, dopo la stretta sui controlli fiscali che è stata messa in atto negli ultimi anni, è davvero difficile.
«Fra i miei clienti c’è molto disorientamento, anche perché non c’è chiarezza sulle prospetive degli investimenti e quindi è molto difficile fare scelte decise», spiega Uberto Barigozzi, titolare di uno studio di commercialisti e di una fiduciaria specializzati nel family office che si occupano di gestione patrimoniale per ricche famiglie milanesi. La prima osservazione da fare, sottolinea però Barigozzi, è «che una vera crisi dell’euro, se ci sarà, sarà sistemica. E allora, a quel punto, avrà poco senso essere investiti in una banca italiana, piuttosto che francese, inglese, tedesca o svizzera. Il disastro colpirà tutti, anche chi è investito in franchi o in sterline».
L’ultima spiaggia, aggiunge, potrebbe essere quindi quella di investire in real asset che proteggono nel tempo dalla svalutazione e sono poco perseguibili dal fisco. «Per esempio, terreni agricoli e oro fisico – sintetizza – come alcuni clienti hanno iniziato a considerare, chiedendoci informazioni, nelle ultime settimane».
Il grande timore dei ricchi resta però la possibilità di un’imposta patrimoniale. «Quando i mercati perdono il 15-20% – osserva però Barigozzi – anche un’imposizione sul patrimonio di qualche punto percentuale, se serve a stabilizzare il sistema, è il minore dei mali. D’altra parte, l’imposta annuale sulle grandi fortune è una realtà in molte nazioni, a partire da Svizzera e Francia».
Naturalmente, osserva Roberto Lenzi, avvocato esperto di pianificazione patrimoniale e gestore per alcune grandi famiglie lombarde, «una patrimoniale permanente sarebbe accettata solo con un cambiamento radicale del sistema fiscale. Da noi c’è un’imposizione elevata sui redditi e bassa sui patrimoni, mentre all’estero il rapporto è inverso». In ogni caso, aggiunge, la patrimoniale – se ci sarà – colpirà tutti quelli che hanno i soldi e gli asset in chiaro.
Ma l’idea, per esempio, di costruire un veicolo societario di diritto estero al quale intestare i propri averi? «Francamente non credo – è la risposta di Lenzi – che possa impedire di colpire beni posti in Italia. Anche perché il fisco andrà presumibilmente a vedere, nel caso di imposizione di questo tipo, anche i movimenti di capitale dei mesi o degli anni precedenti. Come probabilmente, se si arriverà a questo, dalla patrimoniale sarà colpito anche chi ha riportato in Italia, regolarizzandoli con un’imposizione limitata al 5% grazie agli scudi fiscali, i capitali espatriati».
Una scappatoia, invece, può esserci per chi ha investimenti o depositi all’estero e non li ha "normalizzati" con le ultime sanatorie fiscali. «Chi ha capitali offshore – suggerisce Lenzi – può trasferire questi denari in posti più sicuri rispetto alla Svizzera, gli italiani di solito hanno portato i loro soldi lì, prima che venga – come probabilmente avverrà – raggiunto un accordo fra Italia e Confederazione per una super-imposizione sui capitali esportati in cambio dell’anonimato fiscale. Sul modello di quello con la Germania, che prevede dal 2013 un’imposizione del 26% sui redditi da capitale realizzati in Svizzera». Ma dove si potrebbero portare quei soldi? «Per esempio a Singapore o in Liechtenstein, anche se si tratta di soluzioni ponte, perché nei prossimi anni comunque verrà raggiunto un accordo con l’Unione europea su questi temi».