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 2011  novembre 01 Martedì calendario

FENOMENO MANCIO: «COSI’ HO CAMBIATO LA TESTA AL CITY»

Buca il verde verdissimo di Carrington, appena lavato di pioggia, in bici («Un’ora e mezza da casa al campo d’allenamento, ma vado piano eh...»), con il piglio deciso di chi ai tornanti, della vita, dell’Inter e ora del City, è abituato. È più magro di quando condivideva ricci e sogni con Vialli: resuscitare l’altra Manchester, quella all’ombra dello United che prima della FA Cup di maggio non metteva le mani su un trofeo da 35 anni, è uno sporco mestiere, ma qualcuno doveva pur farlo. Primo a +5 su Ferguson, domani in Champions contro il Villarreal. Sotto il ciuffo (appena imbiancato), Sir Mancio da Jesi, Sagittario ombroso, è pronto alla rivoluzione.
Mancini, certo che lo sceicco Mansur bin Zayd Al Nahyan, 326 milioni spesi per rifare il City, fa sembrare Moratti uno spilorcio.
«Una persona a modo, che non ama buttare i soldi dalla finestra. Per vincere è normale dover spendere, anche se quando sono arrivato, nel dicembre 2009, per sei mesi ho allenato una squadra che non era la mia».
Oggi c’è tanta Italia nel City. Oltre a lei e Balotelli, Lombardo, Salsano, Carminati, Battara. Su quali leve avete edificato la svolta?
«Piano piano abbiamo introdotto una nuova mentalità e siamo intervenuti su alimentazione (via cibi grassi, dentro olio d’oliva e pasta: mi sono portato un cuoco marchigiano), regole (più professionalità, in campo e fuori) e allenamenti».
È vero che all’inizio qualcuno si lamentava perché ci si allenava troppo?
«Sì, ma se non lavori non vinci. Ora i giocatori hanno un giorno libero a settimana, ogni tanto».
Quando avete fatto clic?
«Con il successo in FA Cup è accaduto qualcosa: cambiate le teste, c’è stato il salto di qualità».
Ha fatto mettere lei i cartelli motivazionali in palestra e in mensa?
«Sono i piccoli dettagli che creano le grandi differenze».
Ora è il City la squadra da battere...
«No, rimane lo United. In Premier, dove ogni partita è alla morte, può girare tutto in un istante. Certo ora il City gioca per vincere e gli altri l’hanno capito».
Non a caso le avrebbero appena offerto un rinnovo: 4 anni e 25 milioni di euro.
«Balle. Non abbiamo parlato di nulla perché ho ancora un anno di contratto. Ora che cominciamo a raccogliere i frutti mi interesserebbe rimanere, è ovvio».
Che sapore ha espugnare Old Trafford 6-1?
«Sa cosa diceva Boskov? Meglio perdere una volta 5-0 che cinque volte 1-0. Ecco, io dico meglio vincere sei derby 1-0 che uno 6-1...».
Sia un po’ indulgente con se stesso, via.
«Un match perfetto in un pomeriggio magico. Sul 3-0 ancora non ci credevo. Alla fine ero felice e orgoglioso».
L’allievo supera il maestro.
«Quando avrò vinto la metà di quello che ha vinto Ferguson, ne riparliamo».
Nel weekend sir Alex festeggia 25 anni sulla panchina dello United: leggenda o abnormità?
«Quando arrivò a Manchester, nell’86, era impensabile licenziare gli allenatori come si usa oggi. È stato sette anni a digiuno, poi ha vinto tutto. È un mito, però una longevità così oggi sarebbe impensabile, ovunque».
Cosa gli regalerà?
«Un buon rosso marchigiano, come al solito. È stato così gentile da invitarmi al suo party: saremo 600 ospiti».
Cos’ha capito, Roberto, dell’Inghilterra?
«Che è un Paese solido anche in tempi di crisi. Che si lavora benissimo. Mi frega il clima e mi manca il cappuccio al bar leggendo il giornale, ma sono dettagli».
Una napoletana a Manchester: sua moglie Federica, che dice?
«Si trova bene. Segue la bambina, che va a scuola. Studia inglese, si occupa della casa. Come si fa a criticare una città dove tutti rispettano le regole, fanno la coda, parcheggiano l’auto al posto giusto?»
Tutti tranne Balotelli.
«Ma Mario non è inglese!»
Come l’ha redento?
«Semplice: non l’ho redento».
Come l’ha decodificato, allora.
«I miei due figli maschi, coetanei di Mario, mi hanno aiutato a comunicare con lui. E poi lo conosco da quand’era ragazzino. L’ho lanciato all’Inter e l’ho voluto al City: sente la mia fiducia».
Le dà del tu o del lei?
«Dipende da come si sveglia... Ma è sempre educato. Non scordiamoci che Mario ha 21 anni: non è facile essere un’icona. È un po’ particolare, ma è la sua forza».
Dire che vale Messi e Ronaldo lo aiuta o lo danneggia?
«Tecnicamente non ha nulla da invidiare a nessuno. Deve migliorare il comportamento e la costanza di rendimento».
Il Guardian si chiede: un tesoro nazionale o il nuovo Gazza?
«Oddio, per fortuna Mario non beve...».
Nel 2012 tornerà in Italia?
«Prima o poi ci tornerà di sicuro. Ma tra qualche anno. Stare al City gli fa bene. Quest’estate abbiamo respinto varie richieste di squadre italiane. Qui non si svende nessuno. Nemmeno Tevez».
A proposito: come finirà la querelle?
«Dipende da Carlos. Se chiede scusa a me e alla squadra, tutto torna come prima. In caso contrario, Tevez ha un valore che tutti conoscono, e qualcosa a gennaio succederà».
L’impressione è che sia mal gestito.
«Sì. Lui è totalmente impreparato, per di più è consigliato male. Ma io non gliene voglio, sono il primo che lo perdonerebbe».
Chi vede più da scudetto: Milan o Juve?
«Il Milan è più attrezzato come squadra, la Juve però ha orgoglio e una fame pazzesca».
E alla sua Inter cosa sta succedendo?
«Abbiamo cominciato a vincere insieme nel 2004 e per sette anni non hanno più smesso. È scesa la concentrazione, è normale: tutte le grandi vivono di cicli. Ma l’Inter ha il dovere di arrivare almeno terza in campionato, e può puntare sulla Champions».
Cosa le ha dato l’avventura in nerazzurro, col senno di poi?
«L’Inter è una centrifuga: ti ci infili e ti macina. Sopravvissuto al tritacarne, ho scoperto di essermi rafforzato e ho capito di poter allenare ad altissimo livello».
Il Napoli l’ha stupita?
«Temibilissimo. Noi e loro ci giocheremo la qualificazione in Champions al San Paolo».
Uno scambio Lavezzi-Tevez a gennaio è...
«... fantacalcio!».
Roberto, alla fine: è questa la vita che sognava da bambino?
«Ho fatto il più bel mestiere del mondo, il calciatore. E oggi adoro stare con i piedi nell’erba a insegnare calcio. Ovunque sia andato, ho vinto qualcosa. Ecco, mi piacerebbe che di me, un giorno, rimanga questo».
Gaia Piccardi