Nicoletta Picchio, Il Sole 24 Ore 1/11/2011, 1 novembre 2011
QUANDO D’ALEMA SUBÌ L’ALT DI COFFERATI - I
tentativi di modificare la legge sono stati molti nel passato. E tutti hanno scatenato polemiche e battaglie, dividendo la sinistra e non solo. Con la Cgil sempre in prima fila nel dire no ad una riforma dell’articolo 18.
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nei giorni scorsi ha detto che la proposta del senatore Pd, Pietro Ichino, può essere una strada da percorrere. C’è quindi una sinistra che non si ferma di fronte a tabù ideologici. Ma non è la prima volta che dentro il Pd il tema viene fuori, con tentativi che però sono stati fermati da veti incrociati dentro e fuori il partito.
A provarci, alla fine degli anni ’90, quando era a Palazzo Chigi, è stato Massimo D’Alema, insieme al suo consigliere economico Nicola Rossi. Fu proprio Rossi a rompere pubblicamente il ghiaccio, in un discorso pubblico. Un ragionamento che partiva dalla premessa che qualsiasi soglia rende più difficile lo sviluppo, da quelle amministrative a quella dei 15 dipendenti, messa a spartiacque tra l’applicazione o meno dell’articolo 18, che prevede il reintegro in caso di licenziamento illegittimo.
«Avevamo ipotizzato una riforma in base alla quale se un’azienda avesse aumentato il numero dei dipendenti superando il numero dei 15 per un periodo di tempo l’articolo 18 non si sarebbe applicato, per lo meno fino a quando l’azienda non avesse consolidato il salto dimensionale», spiega Rossi, oggi senatore nel Gruppo misto.
Tema condiviso e rilanciato da D’Alema, che già nel congresso del partito del 1997, quando non era ancora presidente del Consiglio, pronunciò parole che resteranno famose, riguandanti il lavoro precario: «dovremmo essere con quei lavoratori, a negoziare per migliorare il loro salario e i loro diritti invece che stare fuori dalle fabbriche con il contratto nazionale di lavoro in mano».
Un’attenzione al tema della flessibilità, che D’Alema tirò fuori da presidente del Consiglio, lanciando anche l’idea di superare la soglia dei 15 dipendenti sull’articolo 18 ed anche con la lettera spedita a Tony Blair sul mercato del lavoro, poi rimasta senza seguito. A mettersi di traverso c’era la Cgil di Sergio Cofferati. Quella Cgil che si rifiutò di mettere la firma al patto per l’Italia firmato da Confindustria, Cisl e Uil nel 2002 con il governo Berlusconi (ministro del Lavoro Roberto Maroni e sottosegretario Maurizio Sacconi).
Nel Patto per l’Italia c’era la delega al governo a varare un decreto legislativo per non applicare l’articolo 18 alle nuove assunzioni fatte oltre la soglia dei 15 dipendenti (con contratto a tempo indeterminato o part-time o contratti di formazione e lavoro) per tre anni. Venivano previste misure per evitare abusi, un monitoraggio continuo e, dopo 24 mesi, una verifica tra governo e parti sociali.
Niente di fatto anche stavolta: scontato il no della Cgil, con Cofferati che annunciò un referendum abrogativo, ma l’848bis si arenò in Parlamento anche per i dubbi nella maggioranza e tra le parti sociali. Inaspettatamente per i promotori, visto il clima dell’epoca, si fermò ben sotto il quorum al 28,5%, il risultato del referendum di Rifondazione per estendere l’articolo 18 anche nelle imprese sotto i 15 dipendenti.
La riforma non andò avanti. Oggi il governo ci riprova. «Resto convinto che il problema esista. Ho firmato la proposta Ichino, ma non si può sceglierne solo un pezzo, a menù. Quel progetto prevede anche ammortizzatori sociali, affronta il tema dei precari. Nel suo complesso è un passo avanti significativo», dice oggi Rossi. «Su queste basi – aggiunge – si potrebbe realizzare una riforma del mercato del lavoro entro Natale».