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 2011  novembre 01 Martedì calendario

È NATA BABY 7 MILIARDI. LITE TRA STATI SUL PRIMATO

Non conta chi sia. Conta che c’ è. Il bambino, o la bambina, numero sette miliardi è ufficialmente nato. Sul dove, invece, si combattono piccole scaramucce che mettono in mezzo scelte simboliche e innocui opportunismi nazionalistici. Con una prevalenza di femmine sui maschi, il neonato che dà una misura all’ implacabile affollarsi del mondo è in India, nelle Filippine, in Russia (due volte: nell’ estremo Est e nell’ estremo Ovest), in Turchia e altrove. A ciascuno o ciascuna il suo spicchio di gloria spicciola, nell’ illusione di essere - chissà come - davvero la cifra tonda, nonostante l’ avvertimento del segretario generale dell’ Onu, Ban Ki-moon: «Non è semplicemente una questione numerica. Si tratta di storia dell’ uomo». Tra il mezzo milione di bambini nati ieri in tutto il mondo, l’ India ha fatto valere il calcolo delle probabilità (ha già un miliardo e 200 milioni di abitanti). Sullo sfondo, il dramma di un rapporto sproporzionato tra femmine e maschi, ovvero 893 bambine per ogni mille bambini, quando invece - ad esempio - negli Usa il differenziale è 955 su mille. Aborti selettivi, infanticidi o mancata registrazione all’ anagrafe fanno dell’ India un Paese di bimbe perdute sul quale le autorità hanno voluto portare l’ attenzione dell’ opinione pubblica. Ecco allora che in un ospedale di Mall, vicino a Lucknow, per celebrare il neonato sette miliardi ne sono stati scelti in realtà sette: sette bimbe. Una ong britannica, Plan International, ha indicato al mondo una piccola Nargis: «È lei». Il suo Stato è l’ Uttar Pradesh, quello dove nascono 11 dei 51 nuovi indiani che vengono al mondo ogni minuto. Se l’ India è destinata a superare nel 2025 la Cina come la nazione più popolosa, le Filippine - oggi al dodicesimo posto al mondo con quasi 95 milioni di abitanti - costituiscono uno specchio esemplare di come il ticchettio della bomba demografica sia destinato ad accelerare il ritmo, con il 54% di abitanti che non hanno ancora 25 anni. A Manila sono venuti al mondo domenica, due minuti prima della mezzanotte, i due chili e mezzo di Danica May Camacho. Anche se i funzionari dell’ Onu le hanno fatto un piccolo regalo, le Nazioni Unite si sono astenute dall’ investire un neonato invece di un altro. Hanno preferito spiegare che il traguardo sarebbe stato tagliato il 31 ottobre: è questo il passaggio più significativo, non un Paese o un nome indicato per convenzione. Nella mischia, però, si sono gettate fra l’ altro la Turchia, con uno Yusuf Efe, e la Russia: sulla costa del Pacifico, in Kamchatka, l’ umanità avrebbe toccato il nuovo record con i vagiti di Alexander, mentre a Kaliningrad (la città prussiana che diede i natali al filosofo Kant, ovvero Königsberg) è toccato a un Piotr Nikolaev. Incurante di tutto, intanto, l’ Africa fa registrare il tasso di crescita più alto, secondo i dati dell’ Onu: il miliardo superato due anni fa e il secondo miliardo atteso nel 2044. Nel vorticare di nomi e luoghi si è distinto il distacco della Cina. L’ ultimo censimento ha contato un miliardo e 340 milioni di persone, calcolo probabilmente in difetto se si considerano le nascite non registrate nelle campagne. Il caso cinese mostra le insidie di squilibri paradossali: il Paese più affollato del mondo è anche quello dove mancano 43 milioni di femmine per una bilanciata composizione della popolazione, il cui invecchiamento a causa del basso tasso di natalità mina la tenuta del modello di sviluppo e di società. Nonostante le eccezioni, le deroghe ammesse dalla legge e il dibattito ciclicamente sollevato da studiosi e attivisti, in Cina la legge cosiddetta del «figlio unico» resta il pilastro della politica demografica. Appannarla con la nascita del neonato numero sette miliardi non sarebbe stata una buona mossa propagandistica. E così la Cina ha lasciato il palcoscenico agli altri.
Marco Del Corona