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 2011  novembre 01 Martedì calendario

«ADESSO SIAMO SU UNA MAPPA. ALMENO SU QUELLA DELLA CULTURA» — I

palestinesi esultano, il governo israeliano s’arrabbia. Ma da oggi che cosa cambia, per una donna di cultura palestinese? «Che smetto di chiedermi perché Israele poteva stare nell’Unesco e noi no. Non dite tutti che volete la soluzione dei due Stati? E perché Obama prima vuole i due Stati e poi taglia i fondi all’Unesco, appena arriviamo noi? Sono arrabbiatissima anche con l’Italia. Perché s’è astenuta? Non crede più in quel che ha sempre sostenuto? E i tedeschi che hanno votato contro? Che cos’è, il solito senso di colpa verso Israele che dobbiamo pagare noi? Questo voto ci dice che la Palestina è stata accettata dal mondo. E che è stata accettata nella sua forma più alta: come centro di cultura».
La quadrupla felicità di Suad Amiry — palestinese che da trent’anni vive a Ramallah; donna impegnata nei negoziati di pace; intellettuale tradotta in undici lingue (in Italia, molti hanno letto Sharon e mia suocera); architetto che cura il patrimonio culturale palestinese — è in un brindisi col caffè del pomeriggio. Lei che ammira «da sempre il multiculturalismo degl’israeliani, la loro capacità d’unire culture mondiali diverse», o «il coraggio d’israeliane come Amira Hass, un’intellettuale che sa vedere oltre gli schemi e le bugie del suo governo», oggi si bea della sua cultura palestinese nel consesso mondiale: «C’è sempre una doppia misura: se il mondo ammira gli scrittori israeliani, è cultura; se veniamo accettati noi, è politica. Ma la cultura è speranza. E per chi vive qui, la disperazione è tutto. Questo voto migliora un po’ le cose. Adesso siamo sulla mappa, almeno quella culturale».
Quali saranno i benefici?
«Da architetto, penso che finalmente si sbloccheranno molte cose a Betlemme, Hebron, Nablus. Abbiamo sempre problemi a proporre iniziative internazionali, perché manca un riconoscimento ufficiale di quel che facciamo. Il timbro dell’Unesco aiuterà a convincere ospiti, convogliare soldi, promuovere attività. Questi luoghi appartengono all’umanità, è giusto che l’umanità se ne occupi. Anche se ora tocca a noi palestinesi imparare a conservarli, a valorizzarli meglio».
Si parla di cultura: in realtà, si punta all’Onu.
«È quel che spero. Fin dal 1947, perché Israele ha avuto benefici dall’Onu che noi non possiamo nemmeno sognare? Siamo l’ultimo Paese al mondo sotto occupazione. Abu Mazen ha provato tutto, raccogliendo solo insulti. L’Onu è l’ultima chance».
Ci sono luoghi contesi, come la Tomba di Rachele, che non sarà certo l’Unesco a rendere universali: un voto «politico» come questo non crea più problemi?
«Non è un voto politico. Lo dice Israele, ma un Paese che ne occupa un altro non può chiedere amore per i suoi luoghi. La cosa unica di quei siti è che hanno significato per ebrei, musulmani, cristiani e che prima d’Israele tutti potevano visitarli. Ora, io non posso andarci. E un israeliano non può venire a vederli».
E i tesori di Gerusalemme?
«Gerusalemme per me è la capitale della Palestina. Ma siccome noi siamo la parte debole, possiamo anche accettare che diventi un patrimonio neutrale gestito dall’Unesco. Sempre meglio che lasciarla tutta a Israele».
F. Bat.