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 2011  novembre 01 Martedì calendario

«PIGS» IN AFFANNO MA SOFFRONO ANCHE FRANCIA E GERMANIA

Nell’arco di poco più di un anno, dallo scoppio del problema greco nel maggio 2010, il rischio-Italia è stato classificato "semi-core", poi "quasi-periferico" e infine "periferico". Agli albori della crisi, l’Italia era valutata al fianco del Belgio e comunque molto vicina alla Francia, il più debole degli Stati "AAA": erano i tempi in cui gli investitori esteri acquistavano BTp quando disinvestivano da Grecia, Irlanda e Portogallo. Poi la percezione dell’Italia è peggiorata a Paese "quasi-periferico", allineato alla Spagna come fonte potenziale del l’escalation delle turbolenze. Infine da questa estate il rischio-Italia è divenuto totalmente "periferico" e raggruppato tra gli Stati più problematici come Grecia, Irlanda e Portogallo o addirittura peggiore di questi perché di portata sistemica. Quando invece, per la correzione dei conti pubblici italiani per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, è la minore in tutta Europa.

L’Italia tuttavia a grandi linee non è cambiata molto strutturalmente nell’arco di questi ultimi 18 mesi: crescita fiacca, debito/Pil nell’orbita del 120% ma abbastanza stazionario, deficit/Pil tra i più bassi d’Europa, avanzo primario in miglioramento. Essendo cambiata però radicalmente la percezione del mercato sul rischio-Italia, le vendite dei BTp da parte di grossi portafogli esteri hanno fatto lievitare il costo del debito pubblico e il rating sovrano è stato retrocesso di qualche gradino, uscendo dalla categoria della doppia "A". La stessa sorte che è toccata a turno a Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. I punti deboli dell’Italia come l’instabilità politica, la perdita di competitività, la rigidità del mercato del lavoro, la cattiva qualità della spesa pubblica, la bassa crescita ora pesano di più, mentre i punti di forza come la solidità del sistema bancario, la contenuta correzione dei conti pubblici per arrivare al pareggio di bilancio, il basso debito privato vengono attenuati dal contagio e dalla fuga verso la qualità.

Prima dell’esplosione del debito pubblico greco e prima ancora del trasferimento delle sofferenze bancarie sul bilancio dello Stato irlandese - i due shock che hanno portato alla bancarotta Grecia e Irlanda - il rischio-Paese nell’eurozona era considerato estremamente omogeneo, con differenziali tra i rendimenti dei titoli di Stato espressi in poche decine di punti percentuali e rating sovrani molto uniformi.

La crisi del debito pubblico europeo, esasperata da una buona dose di contagio, ha ampliato gli spread e imposto una violenta divergenza nelle valutazioni del rischio-sovrano espresse dai rating e dai costi dei credit default swap. Un ridisegno che non ha colpito solo l’Italia. Irlanda e Portogallo per esempio sono stati retrocessi da Moody’s alla categoria dei rating speculativi, poco sopra la Grecia, mentre l’Italia è comunque rimasta singola "A".

Il debito-Pil italiano, per esempio, è cresciuto meno tra il 2007 e il 2010 rispetto a tutti gli altri Stati (Irlanda +71%, Grecia +37,4%, Spagna e Portogallo +24%, Germania +18,3% e Francia + 17,8%). Nel mercato dei credit default swap, dove l’Italia ha un costo di protezione contro il default pari a 445 punti, la Francia è comunque arrivata a quota 174 (il livello più alto per uno stato "AAA"), la Germania a 83, il Belgio a 267 e la Spagna a 336. Anche gli spread sopra i Bund si sono tutti allargati con la crisi del debito sovrano: la Francia è a 107 punti, l’Olanda a 41, il Belgio a 234 per menzionare alcuni stati "core" e "semi-core". Questa rivalutazione, che non lascia la Germania illesa, è un segnale che quando trema l’intera impalcatura dell’euro, tutti i 17 Stati rischiano di finirne sotto le macerie.

L’analisi del rischio-Paese intanto si è fatta sempre meno europea e sempre più domestica, per tener conto delle singole realtà nazionali: le vecchie valutazioni sono state riesaminate e corrette perché l’appartenenza alla moneta unica europea e la camicia di forza del Trattato di Maastricht e di Lisbona non assegnano a nessun titolo di Stato dell’eurozona l’etichetta di risk free. Persino Germania e Francia sono meno affidabili perché in prospettiva potrebbero essere chiamati a pagare il conto finale delle crisi di liquidità e solvibilità degli altri Stati.

In questa operazione di rivalutazione complessiva di tutti gli Stati dell’eurozona, la comunità finanziaria internazionale dovrà prima o poi abbandonare le macro-aree (core, semi-core, quasi-periferico e periferico) che accelerano il contagio e approfondire il confronto tra singoli Paesi per assegnare all’Italia una sua dimensione che prende le distanze da Irlanda, Portogallo e Grecia su deficit/Pil, avanzo primario, prospettive di crescita, costo del debito pubblico, risparmio e debito privato, solidità del sistema bancario.