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 2011  ottobre 31 Lunedì calendario

EREDITA’. COSI’ DIVENTA UN’IMPRESA DI FAMIGLIA

Ad Alba, la città del Piemonte dove ha sede l’azienda, Giuseppe Miroglio dice che «il passaggio generazionale quasi dovrebbe essere messo nel Codice civile» perché «se si affronta nel momento in cui esplode si rischia di non poterne controllare le conseguenze». L’amministratore delegato di Miroglio, società della moda da un miliardo di euro di ricavi, sa di cosa parla visto che è arrivato al comando dell’azienda di famiglia al termine di un braccio di ferro con il ramo familiare rappresentato dal cugino Edoardo. Due visioni diverse del business ed età molto differenti all’interno della stessa generazione avevano provocato una spaccatura. Per fortuna Miroglio aveva denaro in cassa, e questo, insieme alla volontà di arrivare a una soluzione, ha consentito di trovare l’accordo.
A Padova, la storia di Vittorio Tabacchi non ha avuto lo stesso esito. Il padre aveva lasciato Safilo, secondo produttore mondiale di occhiali, a Vittorio e ai due fratelli che non avevano, però, la stessa visione strategica, soprattutto in tema di alleanze. Così Vittorio si è indebitato e ha indebitato l’azienda per rilevare le quote dei fratelli. È uscito e rientrato in Borsa, ma alla fine è stato costretto dal debito a cedere Safilo agli olandesi di Hal.
Polemiche
Sono due casi, tra i tanti che si possono raccontare, che spiegano come l’intreccio tra famiglia e impresa possa diventare pericoloso in un momento-cardine come quello della successione ereditaria. È pensando a questo che l’Aidaf, associazione delle aziende famigliari, dopo diversi anni di lavoro, ha presentato al Parlamento una proposta per modificare le quote dell’eredità cosiddetta legittima. La norma era entrata nel decreto per lo sviluppo del governo Berlusconi e subito è stata ribattezzata «anti-Veronica» perché agevolerebbe la successione delle aziende che fanno capo al presidente del Consiglio (gruppo Fininvest-Mediaset-Mondadori). Dopo le polemiche è stata ritirata dal decreto, come ha spiegato il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani nel corso della puntata di «Porta a Porta» di giovedì 27 ottobre. Ma potrebbe essere riproposta per una discussione parlamentare, terreno, quest’ultimo, di certo il più adatto per affrontare una questione così delicata.
Secondo il governo, la quota di eredità riservata ai figli dovrebbe essere divisa in due: la prima metà suddivisa in parti uguali tra i figli, la seconda metà a disposizione del genitore che può attribuirla anche a uno solo dei figli attraverso il testamento. Non viene, invece, toccata l’eredità del coniuge (in molti accordi di famiglia i coniugi vengono esclusi dalla successione azionaria con il meccanismo della cessione-acquisto delle quote). «È un tema che richiede un confronto parlamentare — dice Anna Danovi, avvocato matrimonialista che ha fatto parte della commissione Aidaf che ha elaborato la proposta — e che va corredata, come Aidaf aveva fatto, da una serie di altre normative, per esempio i patti prematrimoniali».
Numeri
Oltre il 55% delle aziende italiane con più di 50 milioni di euro di fatturato è posseduta da una o più famiglie; l’85% se si considerano quelle sotto i 500 dipendenti. Se si scorre il listino delle aziende quotate si vede come, potenzialmente, tolte le grandi società pubbliche, le banche e poche altre, l’argomento interessi quasi tutte le realtà presenti. I nomi sono quelli delle grandi famiglie italiane, dai Tronchetti ai Ligresti, dai Benetton ai Bertelli-Prada, dai Marzotto ai Del Vecchio, ai Caltagirone, ai Della Valle, Montezemolo, ai Bombassei, ai Ligresti, ai Boroli-Drago, ai Garavoglia, ai Garrone, ai Falck, i Benedetti (vedere articolo sul gruppo Danieli a pagina 10). Ma anche, uscendo da Piazza Affari, troviamo gli Zegna, i Loro Piana, i Bracco, i Lavazza, gli Illy, gli Snaidero, gli Armani, i Maramotti, i Riva, i Lucchini e via elencando. È il tessuto imprenditoriale italiano. Alcuni casi, solo a titolo esemplificativo, sono nel grafico e nell’articolo a fianco.
Merito
Gioacchino Attanzio, direttore generale dell’Aidaf, ha spiegato che l’obiettivo è tutelare l’impresa, «soprattutto quelle in cui l’imprenditore vi ha investito ogni suo avere e non ha, quindi, la possibilità di compensare gli altri figli in un modo diverso». Anche Guido Corbetta, docente in Bocconi ed esperto di aziende familiari che ha fatto parte della commissione Aidaf, dice che «con questa proposta si dà una possibilità in più all’imprenditore. Non è un obbligo, ma la possibilità di scegliere dove allocare il proprio patrimonio, premiando chi lo merita. È una normativa fortemente meritocratica». Il perché ce ne sia bisogno, spiega Corbetta, sta in un numero: 40%. «Circa il 40% delle aziende familiari italiane secondo l’Osservatorio Aub — dice il docente — sono gestite da una coppia o da un trio di persone. In alcuni casi è il risultato della difficoltà di assegnare a uno o a una degli eredi un maggior potere in azienda». Perché, conclude Corbetta, «si fa fatica a fare una "classificazione" dei propri figli. Forse, il tema in Italia è proprio questo». Più cauta, invece, Daniela Montemerlo, docente di strategia delle imprese familiari, secondo la quale «va anche bene rivedere la legittima, in fondo il patrimonio è di chi lo ha creato; ma sono situazioni molto delicate che richiedono di essere ben spiegate dentro una famiglia, altrimenti rischiano di creare problemi peggiori».
Ha raccontato, alcuni anni fa, Marco De Benedetti, attuale capo di Carlyle Italia: «Quando ho deciso di fare un percorso autonomo al di fuori della famiglia, ho fatto una scelta molto ragionata. Quando si è in tre, e soprattutto tre persone con idee, sa cosa può venir fuori? Chiunque conosca mio padre, mio fratello e me può facilmente darsi una risposta. Per quel che mi riguarda ho preferito mantenere un rapporto con la famiglia, scegliendo di avere una strada esterna in settori che mi appagano».
Maria Silvia Sacchi

PARTITE APERTE:
AGNELLI – Per Gianni Agnelli il nuovo capo-famiglia doveva essere John Elkann. Per questo, alla propria morte, ha riversato le azioni del gruppo sul nipote, figlio primogenito della figlia Margherita. Ma questo ha aperto un capitolo successione delicato (patrimonio e affetti) proprio con Margherita che ha contestato l’eredità del padre.
BENETTON – I quattro fratelli fondatori del gruppo della moda hanno complessivamente 15 figli. Solo nella famiglia di Luciano Benetton e in quella di Gilberto la scelta del successore è esplicitata, in particolar modo per quanto riguarda Luciano che ha indicato nel figlio Alessandro il suo successore.
BERLUSCONI – Due figli dal primo matrimonio. Tre, più piccoli ma oggi tutti maggiorenni, dal matrimonio (in fase di separazione) con Veronica Lario. Il nodo del premier Silvio Berlusconi è come riconoscere il ruolo e l’apporto dato alla crescita del valore del gruppo dei due figli maggiori.
CAPROTTI – Bernardo Caprotti, l’imprenditore dell’Esselunga, ha suddiviso equamente tra i tre figli le quote del gruppo della grande distribuzione. Poi, però, diversità strategiche lo hanno diviso dal figlio Giuseppe, cui aveva affidato la gestione. Successivo il riacquisto dei figli di una piccola quota Esselunga.
DE BENEDETTI – Dei tre figli di Carlo De Benedetti , due hanno un percorso parallelo. Dentro il gruppo di famiglia, come capo-azienda, il primogenito Rodolfo; all’esterno, come capo di Carlyle Italia, il secondogenito Marco. Entrambi sono soci accomandatari della Sapa e ne possiedono quote uguali.
DEL VECCHIO – Con sei figli avuti da tre relazioni diverse, Leonardo Del Vecchio era riuscito, dopo un lungo lavoro, a raggiungere un accordo nel quale assegnava a ciascuno dei figli le medesime quote della holding che controlla Luxottica. L’accordo deve mostrare ora la propria tenuta alla luce del nuovo recente matrimonio dell’imprenditore.
FERRAGAMO – Tra prima e quarta generazione la famiglia Ferragamo è composta di oltre 70 esponenti. Dopo alcuni ri-acquisti realizzati da singoli esponenti della famiglia, come il capo-azienda Ferruccio Ferragamo, e direttamente dall’azienda, il marchio fiorentino si è quotato in Borsa.
MORATTI – E’ ripartito tra i quattro figli maschi il capitale della Angelo Moratti Sapa, la holding attraverso la quale Gian Marco Moratti e il fratello Massimo controllano il gruppo petrolifero Saras. Angelo e Gabriele (figli di Gian Marco) e Angelomario e Giovanni (Massimo), hanno ciascuno il 25% dell’accomandita, in nuda proprietà ai padri.