Rocco Cotroneo, CorrierEconomia 31/10/2011, 31 ottobre 2011
ARGENTINA. QUANTO REGGE LA RICETTA DI CRISTINA?
Fare come a Buenos Aires? È pensabile una via d’uscita per la crisi greca, o di altri Paesi europei, prendendo in prestito la ricetta che ha risollevato l’Argentina dalla peggior debacle economica vista in questo scorcio di secolo?
Sono questi i giorni in cui si celebra la travolgente conferma di Cristina Kirchner alla Casa Rosada, terzo mandato consecutivo considerato anche quello del marito Nestor, scomparso da poco. E a gennaio saranno dieci anni dalla proclamazione del famoso default sui Tango bond, che tante lacrime ha fatto versare a migliaia di risparmiatori italiani. Da quei giorni l’Argentina non ha fatto che crescere. Non solo ha recuperato velocemente il tracollo del 2001-2002, ma ha proseguito la corsa a ritmi cinesi. Quest’anno, denso di incertezze per il mondo intero, dovrebbe chiudersi con una crescita del Pil di addirittura il 9 per cento. Non è difficile spiegarsi il successo nelle urne della Kirchner e la rivendicazione orgogliosa del suo modello, nacional y popular.
La ricetta delle pampas
Vediamolo dunque più da vicino questo miracolo anti-ortodosso delle pampas. Nell’ultimo decennio l’Argentina ha fatto esattamente il contrario di quanto prescrivono gran parte degli economisti. Al default seguì una ristrutturazione assai punitiva: i detentori di bond che vi aderirono recuperarono non più del 30-35 per cento, e in molti anni. La decisione fu unilaterale e di conseguenza il Paese sudamericano si pose ai margini dei mercati finanziari. Ruppe con il Fondo monetario e da allora la presenza internazionale si è limitata a una manciata di emissioni. Alla forte svalutazione del peso seguì una congiuntura fortunata, con il boom dei prezzi delle commodity agricole. Oggi si dice che l’Argentina è sostenuta dalla soia destinata ai cinesi e il bilancio dello Stato foraggiato dalle tasse all’export. I Kirchner hanno poi aumentato enormemente la spesa sociale, i sussidi alle famiglie e le pensioni. L’inflazione corre libera, attorno al 25 per cento all’anno, anche se il governo tenta di far credere che sia molto più bassa, manipolando le statistiche. Però gli aumenti salariali si continuano a concedere sulla base di quella reale: non sono rari in questi mesi ritocchi del 30 per cento. Il governo sostiene di aver abbattuto gli indici di povertà all’8 per cento della popolazione: durante la crisi arrivarono al 40 per cento.
Mani pubbliche
L’intervento pubblico è ovunque. Sempre contro ogni ortodossia, lo Stato tiene in vita artificialmente la propria compagnia aerea di bandiera e impedisce aumenti delle tariffe di gas, elettricità e trasporti pubblici. Limita il più possibile le importazioni, per aiutare la ricostruzione dell’industria nazionale. Il cambio con il dollaro è sostenuto dalla banca centrale, altrimenti il differenziale di inflazione lo farebbe gradualmente scivolare. I controlli generano un mercato nero della valuta e fuga di capitali, che in questi giorni suonano come un segnale preoccupante sulla sostenibilità delle finanze pubbliche.
Confronto greco
Le differenze con la situazione greca saltano subito agli occhi. Torniamo per un attimo al default. Atene ha debiti soprattutto con le banche, Buenos Aires fece pagare il grosso del conto ai privati. Il che non provocò un effetto contagio su altri Paesi, né rischi seri di fallimenti bancari. Nonostante l’economia greca non raggiunga le dimensioni di quella argentina, un suo tracollo non guidato avrebbe avuto effetti assai più sistemici. La Grecia, soprattutto, è all’interno di una unione che non lascia margini a politiche monetarie unilaterali. Non può, ovviamente, svalutare la propria divisa. Se anche uscisse dall’euro, la manovra dovrebbe essere concertata con il resto d’Europa e il cambio regolato per evitare la corsa ai depositi bancari e la fuga di capitali.
La rinegoziazione del debito, come si vede in questi giorni, deve tenere conto degli effetti provocati sulle banche creditrici. Anche dopo aver risolto i nodi finanziari, la politica espansiva e inflazionaria seguita dall’Argentina non sarebbe facilmente replicabile né in Grecia né in altri Paesi dell’area Euro. È difficile pensare a una ripresa delle esportazioni, e del gettito fiscale, come quella goduta a Buenos Aires in una congiuntura tutta speciale. D’altro canto, se il default del 2002 ha aiutato l’Argentina ad uscire dal baratro a spese altrui, tutto quello che ne è seguito non può essere attribuito soltanto al non pagamento dei debiti. Oltre al boom delle materie prime, c’è stata la prossimità con la locomotiva Brasile a rendere più veloce la ripresa.
La peculiarità del boom argentino è tale da aver fatto scattare diversi allarmi durante l’ultima campagna elettorale. Mentre la Kirchner intende proseguire sul modello autarchico (e secondo alcuni osservatori, radicalizzarlo ancora di più), i suoi avversari l’hanno accusata di eccessivo populismo per conquistare voti, con gravi pericoli per il futuro. I conti pubblici sono in deficit e il debito pubblico cresce, mentre la Banca centrale si sta svenando per mantenere il cambio. Nel nome del peronismo, l’Argentina ha già assistito a varie debacle finanziarie, quando l’eccesso di spesa pubblica ha fatto saltare il banco, sfociando nell’iperinflazione; o quando il decennio allegro di Carlos Menem portò all’insostenibilità del cambio ancorato al dollaro, a fine anni Novanta.
Rocco Cotroneo