Maria Teresa Cometto, CorrierEconomia 31/10/2011, 31 ottobre 2011
NY TIMES: «FUNZIONA IL MAKE-UP DIGITALE»
Aumentano gli abbonati «digitali» che pagano per leggere il New York Times sull’iPad o sul telefonino. Ma il giorno in cui il quotidiano newyorkese non sarà più stampato su carta è ben lontano. Lo dice il suo nuovo direttore, Jill Abramson, parlando del futuro dei giornali con CorrierEconomia, che l’ha incontrata nel suo ufficio al terzo piano del palazzo disegnato da Renzo Piano, sull’Ottava Avenue a un isolato da Times Square.
Abramson, 57 anni, dal 1997 al New York Times, ha assunto il nuovo ruolo a inizio settembre: sulla parete sopra la sua scrivania campeggia una grande foto della redazione della cronaca del New York Times nel 1895: sono tutti giornalisti uomini tranne una donna, al centro, seduta alla scrivania. «Sembra lei il boss, ma non lo è», dice il direttore sorridendo.
Come si sente ad essere la prima donna a capo del New York Times dalla sua fondazione nel 1851?
«Eccitata. Difficile sottovalutare l’importanza di questa tappa. Quando è stata annunciata la mia nomina lo scorso giugno ho fatto un discorso in redazione ricordando le donne che qui hanno dato battaglia per arrivare al top della professione».
Un anno fa il suo editore Arthur Sulzberger Jr aveva detto «smetteremo di stampare il New York Times a un certo punto nel futuro». Quanto vicino è questo futuro?
«Non molto. Continueremo a stampare un giornale molto appassionato per un lungo periodo. Abbiamo 600 mila abbonati che non possono vivere senza l’edizione di carta, e insieme abbiamo il miglior sito possibile, bellissime applicazioni per l’iPad e i telefonini. Insomma usiamo tutto un insieme di piattaforme belle e in crescita».
Secondo gli ultimi risultati trimestrali sono aumentati i vostri abbonati digitali, da 281 mila a 324 mila. L’iPad sta salvando davvero i giornali, come sperava il suo inventore Steve Jobs?
«Non sono sicura che l’iPad sia tanto potente. Certo la gente consuma le notizie sempre più attraverso diversi strumenti: sul laptop, il lettore digitale, il telefonino. Noi dobbiamo dare le notizie in modo che abbiano il massimo impatto ovunque».
Questo significa far diventare il New York Times qualcosa di più di un giornale, lei ha detto, potenziando tutte le sue espressioni multimediali, sollecitando la partecipazione dei lettori, cercando la collaborazione dei social media come Twitter e Facebook…
«Sì, lo stiamo già facendo con i video, gli audio, le iniziative interattive con i lettori: tutto per approfondire le storie e coinvolgere il pubblico. Un grande esempio è stato come abbiamo seguito l’uragano a New York a fine agosto: anche con i tweet dei lettori in tempo reale sul sito e una mappa digitale sull’andamento di Irene, vista da milioni di persone. Quando è morto Jobs, entro un’ora abbiamo iniziato a proporre sul sito alcuni dei tweet con cui i lettori raccontavano le loro emozioni».
E con Facebook, che per molti giovani è diventato il modo per essere informati sulle news?
«Collaboriamo per rendere più facile essere on line su Facebook e allo stesso tempo sul sito del Times. Siamo molto consapevoli del potere dei social media».
Avete una strategia particolare per attrarre i giovani lettori?
«Chi ci legge da lungo tempo, di solito ha iniziato a farlo al college. Quindi siamo molto presenti nelle università: diffondiamo gratis il Times nelle mense dei giovani e speriamo con questo di attrarli. Quando succede qualcosa di importante molti di loro vanno sul nostro sito per confrontarsi: ci leggono per la nostra autorevolezza e per il prestigio del nostro marchio».
Lei è su Twitter, ma lancia pochi tweet: come mai?
«Sto ancora imparando. Leggo molto i tweet degli altri, in particolare dei miei colleghi, ma scrivo tweet solo quando credo di poter dare un contributo unico. Non penso di dover riproporre su Twitter gli articoli del Times».
Qual è il rapporto fra la redazione del sito e quella del giornale stampato?
«Il mio obiettivo è integrarle in un’unica redazione. Non ci deve più essere un gruppo separato di giornalisti dedicato al web. Tutti devono lavorare insieme per capire come intensificare l’impatto di una storia. L’integrazione sta procedendo bene, anche se dobbiamo fare passi in avanti. La gran parte dei giornalisti sa che quando succede un grande evento il primo pensiero è per Internet».
Si può conciliare la velocità richiesta dal web con gli standard di accuratezza e correttezza della tradizione di un grande giornale?
«Si può e si deve: è difficile ma è una mia priorità mantenere gli stessi standard del Times su tutte le piattaforme, dal web alla pagina stampata. Significa pubblicare una storia solo quando è pronta secondo i nostri valori fondamentali, dall’accuratezza nel modo di raccogliere le informazioni all’eleganza del linguaggio nel raccontarla».
Una delle innovazioni da lei introdotte è decidere, nella riunione del mattino alle 10, non solo quali storie meritano la prima pagina dell’edizione cartacea ma anche l’impostazione del sito. Che ruolo «speciale» può conservare la prima pagina di carta?
«Deve continuare ad essere immediata e sorprendente, andando più a fondo nelle notizie e spiegandole. Non deve proporre solo storie capaci di sconvolgere il mondo, ma anche articoli interessanti perché rivelano come vive la gente».
La cattiva notizia dei vostri ultimi risultati trimestrali è che mentre il fatturato pubblicitario dell’edizione cartacea continua a calare (-10% sul trimestre precedente), la pubblicità sul sito ha rallentato il ritmo di crescita da oltre il 10% a solo il 6,2%. Come mai?
«Il business della pubblicità è ciclico e soffre quando l’economia è così incerta e problematica come oggi. È difficile per le imprese fare programmi sia per assumere dipendenti sia per pubblicare inserzioni sui giornali».
Per far quadrare il bilancio dell’editore saranno necessari nuovi tagli, dopo la riduzione del 10% del budget della redazione dal 2006 al 2010?
«Per ora abbiamo meno di 20 giornalisti che stanno volontariamente lasciando il giornale e non prevediamo altri tagli».
La competizione fra il Times e il Wall Street Journal è sempre più accesa: il Wsj conta più lettori, ha da sempre lettori digitali paganti e vi ha sfidato sulle news locali e sull’edizione del week-end, ma dall’altra parte lo scandalo delle intercettazioni di News of the World in Gran Bretagna ha indebolito il suo editore Rupert Murdoch. Come intende muoversi in questa guerra?
«Ho sempre seguito che cosa fa la concorrenza: quella del Wsj, degli altri giornali e di qualsiasi sito che dà notizie. Lo faccio da molti anni e continuerò a farlo. Il business è ancora il cuore del Wsj, mentre noi offriamo una qualità altissima di giornalismo in tanti differenti campi, dalle notizie di New York a quelle da tutto il mondo».
Maria Teresa Cometto