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 2011  ottobre 31 Lunedì calendario

AMERICA. L’EDITORIA RIALZA LA TESTA. PURCHE’ FIRMATA

Nel grattacielo della 44esima strada disegnato da Renzo Piano la grande paura è passata. Quella di un giornale, il New York Times, in rosso fisso che temeva di essere smantellato pezzo dopo pezzo dagli azionisti insoddisfatti della sua performance economica o di dover dipendere dai prestiti del discusso miliardario messicano Carlos Slim.
Un giornale insidiato dall’informazione all free dei blog e finito nel mirino del concorrente più temibile: quel Rupert Murdoch che nel 2007, appena rilevato il Wall Steet Journal, non nascose l’intenzione di usare il quotidiano finanziario di New York insieme al suo altro giornale cittadino, il tabloid popolare New York Post, per stritolare in una morsa l’aristocratico Times.
Rinascita
Quattro anni dopo la «Signora in grigio», il soprannome affibbiato al più autorevole giornale d’America, è tornata a fare utili (anche se, come vedremo, le ombre non mancano), ha restituito anticipatamente l’oneroso prestito a Slim e può permettersi di liquidare l’avanzata del mondo dei blogger con sarcasmo e una punta di superbia: «Noi offriamo ai nostri lettori bistecche, loro al massimo un hamburger» è lo slogan spesso usato per esprimere l’orgoglio di chi produce giornalismo di qualità, costoso ma anche redditizio.
Arthur Ochs Sulzberger Jr, ultimo rampollo della dinastia editoriale che controlla il giornale dal 1896 (il Times è stato fondato a metà dell’Ottocento) era considerato un editore senza carisma, un «re Travicello» destinato ad essere spazzato via. Invece Sulzberger è rimasto in sella: ha rischiato grosso cercando di compensare il calo degli introiti pubblicitari, comune a tutto il settore, raddoppiando il prezzo di vendita del quotidiano (da un dollaro a due) e introducendo il pay wall per il pagamento dell’informazione offerta dal Times attraverso i vari canali digitali.
I tre segnali
Ha rischiato e ha vinto, almeno per adesso: nel terzo trimestre di quest’anno i profitti sono tornati a crescere (del 5%) mentre le vendite tengono, anche se il fatturato complessivo ha subito un contrazione del 3,1% a causa del continuo calo delle entrate pubblicitarie.
Tre fatti testimoniano di questo clima da scampato pericolo:
1) Il cambio della guardia senza scosse alla direzione del quotidiano. Bill Keller non se ne sarebbe mai andato in piena tempesta. Passata la bufera, è stato avviato un ricambio che ha premiato Jill Abramson, il suo erede naturale.
2) La reazione all’abbordaggio dei corsari dell’Huffington Post che hanno conquistato una grossa fetta del mercato dell’informazione digitale. Fino a qualche tempo fa gli attacchi venivano subiti con una certa rassegnazione; ora, invece, gli avvocati del Times hanno subito minacciato di trascinare in tribunale Arianna Huffington con l’accusa di plagio per aver lanciato il blog familiare Parentlode, costruito a immagine e somiglianza del Motherlode del sito del quotidiano newyorkese.
3) Gli attacchi a raffica — e a testa bassa — del New York Times a News Corp, il gruppo editoriale di Rupert Murdoch che ancora quattro anni fa non faceva mistero di voler seppellire il quotidiano della famiglia Sulzberger.
Non solo il tycoon australiano non c’è riuscito, ma adesso ad essere sotto tiro è lui: lo scandalo delle intercettazioni telefoniche in Gran Bretagna lambisce il figlio James, erede designato al trono del gruppo News Corp, mentre molti azionisti influenti dell’impero editoriale cominciano a manifestare anche coi voti in assemblea, oltre che con le proteste verbali, il loro dissenso sulle scelte gestionali della famiglia Murdoch. Che, peraltro, ha sempre diritti di voto sufficienti per controllare il gruppo.
Trasformazioni
Nel grattacielo della Sesta Avenue, a meno di tre chilometri dalla sede del Times, la redazione del Wall Street Journal continua a sfornare un prodotto giornalistico di successo, ma la trasformazione del quotidiano finanziario in giornale omnibus capace di mangiarsi un pezzo di mercato del New York Times non è riuscita.
L’introduzione di una sezione del giornale dedicata alla cronaca di New York è stata sicuramente un successo dal punto di vista dell’incremento del fatturato pubblicitario, ma, sul piano delle copie, quelle cartacee diffuse nell’area di New York sono diminuite nonostante una maggiore offerta d’informazione locale. Certo, come il Times che con l’introduzione del pay wall a fine settembre era arrivato a reclutare 324 mila lettori digitali disposti a pagare, anche il Journal registra un travaso tra copie cartacee e nuovi lettori delle edizioni online, ma News Corp non fornisce dati specifici su questo fenomeno.
Nuovo vigore
Il testa a testa tra i due quotidiani rivali dà l’idea di un settore dell’editoria cartacea che ha riacquistato un suo vigore dopo un anno — il 2009 — nel quale, nel pieno della crisi finanziaria, sembrava che il destino della stampa scritta fosse segnato: tagli a raffica di giornalisti, corpi redazionali ridotti all’osso, quotidiani gloriosi con un secolo e mezzo di storia come il Rocky Mountain News di Denver chiusi dalla sera alla mattina.
Il successo del pay wall
Il rischio di veder restare senza quotidiani anche metropoli come San Francisco non si è fin qui materializzato, anche se è rimasta senza giornali Oakland, la città che si affaccia sulla baia di fronte a San Francisco. Le ristrutturazioni hanno funzionato e i giornali stanno imparando a gestire il loro ridimensionamento, a utilizzare meglio gli strumenti della comunicazione digitale e a compensare il drastico calo delle entrate pubblicitarie con un aumento del prezzo d’acquisto.
Nulla di paragonabile ai due dollari del Times. I giornali americani di provincia offrono assai poco oltre all’informazione locale, ma costano anche poco: dopo i recenti aumenti, il 50% di questi quotidiani ha portato il prezzo a 75 centesimi di dollaro, poco più di mezzo euro, mentre un altro 40% delle testate pratica un prezzo ancora minore: mezzo dollaro. Ora, però, la continua erosione del mercato pubblicitario spinge tutti a cercare nuovi modelli di business che non sono necessariamente solo quelli legati alla diffusione di copie digitali dei quotidiani via computer o su supporti mobili come l’iPad. Al di là del successo della formula del pay wall, il problema vero è quello della pubblicità. Quella su carta, come detto, cala, ma è ancora robusta, mentre quella digitale non cresce con la stessa rapidità con la quale si sviluppa il traffico on line. Gli inserzionisti tendono a premiare i grandi aggregatori come Google, più che le singole testate del giornalismo digitale. Gli editori cercano di resistere e contrattaccare, ma intanto, preso atto che in rete la pubblicità e le notizie non vanno più a braccetto come sulla carta, cercano modelli alternativi di business. Alcuni esperimenti sono già in atto. Niente di rivoluzionario: le testate usate come piattaforma per vendere altri prodotti. I giornali italiani già lo fanno vendendo in edicola libri, dvd e altro. Quelli americani cercano di creare degli shopping center elettronici; vere edicole digitali per vendere on line una gamma ancora più ampia di prodotti.
Massimo Gaggi

LA LENTA AVANZATA DEI TABLET – l’11% degli adulti americani possiede un iPad o un altro tablet. Fra loro, il 77% lo usa almeno una volta la settimana per trovarci le notizie e oltre la metà (53%) lo fa tutti i giorni, leggendo anche lunghi articoli. Il 14% paga per avere accesso alle notizie sul tablet; il 23% ce l’ha con l’abbonamento ai giornali di carta e solo il 21% si dice disposto a spendere 5 dollari al mese per un abbonamento digitale. Lo rivela la prima inchiesta approfondita sul rapporto iPad-giornali diffusa la settimana scorsa dal Pew Research Center’s Project for Excellence in Journalism insieme a The Economist Group. Fra gli utenti almeno settimanali di news, il 40% le legge navigando su Internet e il 21% attraverso una applicazione specifica di un media scelto per il suo brand; per il 59% le news sul tablet hanno sostituito la lettura dei giornali di carta e per il 57% hanno sostituito i notiziari tv, mentre l’80% legge sul tablet quello che prima leggeva sul laptop o pc.
M.T.C.