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 2011  novembre 01 Martedì calendario

WINDSOR. DAL 2005 AL PRINCIPE È STATA OFFERTA LA POSSIBILITÀ DI PORRE IL VETO SU ALMENO 12 LEGGI


E Carlo affondò il Bill of Rights -


L’unica nota rassicurante della vicenda è che Walter Bagehot, padre nobile del costituzionalismo inglese, non dovrà assistere a questa forzatura del diritto anglosassone. Potrà così continuare a pensare che il Bill of Rights del 1689 resti in vigore, sancendo il principio della sovranità parlamentare e relegando la prassi del veto reale alla Regina Anna, ultima beneficiaria prima del decreto dell’11 marzo 1708.
Stando a quanto rivelato ieri dal Guardian, negli ultimi sei anni i ministri del Regno Unito hanno chiesto il consenso del principe Carlo su decine di leggi che potevano contrastare con i suoi interessi personali, consegnandogli di fatto nuovamente il diritto di veto, pur non essendo lui nemmeno sovrano ma erede al trono, non si sa quanto designato.
Grazie al Freedom of Information Act, i sudditi di Sua Maestà ieri hanno scoperto che il principe di Galles sarebbe stato consultato su argomenti come le Olimpiadi di Londra, lo sviluppo economico, il gioco d’azzardo, la sicurezza stradale e i medici legali. L’ufficio di David Cameron ha rifiutato di dire se le leggi presentate siano state bloccate o modificate in base alle eventuali obiezioni del principe, ma ha dichiarato che è una pratica costituzionale ricorrente consultare Carlo in ambiti in cui ha un ruolo formale o interessi privati.
E qui tocca ancora ringraziare l’Onnipotente per essersi preso a sé Walter Bagehot, visto che questa bestemmia costituzionale dimentica il sacro principio in base alla quale è la regina a dover dare il proprio consenso per tutte le leggi - pur volendo ormai considerare questo atto una formalità; e solo e soltanto al monarca sono riservati i tre diritti essenziali, ovvero quello di essere consultato, quello di consigliare e quello di mettere in guardia.
Dal 2005 in poi, invece, il principe Carlo avrebbe scavalcato la real madre nelle sue prerogative, dando vita a quello che molti costituzionalisti hanno definito un «deterrente reale nucleare» rispetto alla politica pubblica. Che, nel caso in questione, ha fatto anche spesso rima con interesse personale.
Come ad esempio quando in discussione a livello legislativo c’era la Duchy of Cornwall, una proprietà privata da 700 milioni di sterline che lo scorso anno ha garantito a Carlo profitti per 18 milioni. Nonostante né Clarence House, residenza del Principe, né il governo saranno obbligati a rendere noto se il parere dell’erede al trono abbia influito concretamente nel processo legislativo, resta un mistero il fatto che la politica britannica abbia sentito la necessità di interpellare Carlo, garantendogli addirittura il veto, su temi come il coroner, le società cooperative, la rimozione di macerie, le costruzioni, l’accesso al mare e alle coste, le politiche edilizie, l’energia e la pianificazione.
Immediata è partita la richiesta di deputati e “peers” di pubblicare i dettagli che riguardano l’applicazione dei poteri del Principe: «Se nella moderna Gran Bretagna principi e popolo devono vivere come uguali, allora chiunque goda di eccezionale influenza o del diritto di veto, deve esercitare queste prerogative nella massima trasparenza», ha attaccato il deputato LibDem del collegio di St. Ives in Cornovaglia, Andrew George.
Ancora più duro Lord Berkeley, secondo cui «occorre sapere perché Carlo fosse consultato e il governo deve pubblicare le risposte. Se si scoprisse che i suoi poteri particolari erano frutto del fatto che possiede terre in Cornovaglia, sarebbe terribilmente stupido. Cosa direbbero, infatti, gli altri prorietari terrieri della zona, colpiti anch’essi dalla nuova legislazione?».
Insomma, una brutta grana, soprattutto alla luce delle sempre crescenti preoccupazioni da parte di politici e costituzionalisti rispetto allo scavalcamento del suo ruolo costituzionale da parte di Carlo, da tempo impegnato in una frenetica azione di lobbying della politica, direttamente o attraverso le charities che gestisce o patrocina. Un portavoce di Clarence House ha invocato la convenzione della riservatezza riguardo le comunicazioni tra il Principe e il governo, attività - a suo modo di intendere - necessarie in preparazione dell’eventuale successione al trono: cosa ci sia di preparatorio all’ascesa alla guida del Paese nel potere di veto rispetto a leggi che intacchino le proprietà private o i medici legali resta tutto da valutare, ma tant’è.
Se il gruppo anti-monarchico “Republic” definisce quanto accaduto «un affronto ai valori democratici», dalle parti di Buckingham Palace si evitano interpretazioni costituzionalistiche e si taglia corto: Carlo ha bruciato le sue residue speranze di succedere alla madre. E la riforma, voluta dalla Regina, che vedrà le donne di casa Windsor investite del diritto di diventare sovrane, apre scenari che vedrebbero William re, nella speranza di una successione femminile con anche sangue Middleton nelle vene.
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