Tom Wolfe, Libero 1/11/2011, 1 novembre 2011
TOM WOLFE NELLA TANA DELLE CONIGLIETTE
Trentanove anni! Un recluso! Autentico! Non esce, non vede la luce del giorno, non s’espone all’aria di Dio e non-condizionata di Chicago per mesi e mesi, per anni. In questo esatto momento, è lecito supporre, se ne sta rinchiuso in una di quelle quarantotto stanze, sotto strati e strati di moquette bianca oppure cremisi, imbacuccato, rimboccato, infasciato, avvoltolato, stipato, smozzato, cancellato, da tende, drappeggi, moquette, legno chiaro, schermi, velluti, porte, campanelli, quadranti, nubiani: se ne sta lì, il vivo Hugh Hefner, sessantasette chili scarsi, come il verde e tenerissimo cuore d’un carciofo. Gira in senso antiorario insieme col letto. Il letto è rotondo e ha sotto un motore, come un giradischi. La testa…be’, fluttua sulla sinistra. Lì, nella camera da letto, c’è la sua telecamera, vicinissima, non un comune televisore, una telecamera, che registra dio sa che cosa in ampex. (...) Accidenti, quello è un letto più un’altra metà. È rotondo, un cerchio, due metri e mezzo di diametro: il più grande e il più tondo letto della storia del mondo, incastrato in una cornice di armadietti ricurvi. Ed Hefner è ai comandi. Quadranti nella testata! Le ginocchia arrivano a metà letto, affondate in percallina color salmone. Le mani raggiungono i quadranti sulla testata e la schiena è curva, piegata, avvolta in una vestaglia di seta color zafferano. In pigiama, vestagliaebabbucce, Hefner è già bell’e vestito. Già, dopotutto… è il creatore della rivista Playboy (48 milioni di dollari l’anno) e dell’impero dei relativi club. Tenendo presente questo, sembra - be’, un po’ pal - lidino e sottile: scolorito. E conquesto? Lasciamo perdere la solita idea del mondo di Playboy come un gran mucchio di ragazze di Akron con le poppe tutte sistemate sulla pelle d’or - so polare davanti al camino. No, il vero fatto sono… i quadranti! (...) Hefner si drizza di scatto e comincia a spiegare: «Be’, successe quando praticamente lavoravo giorno e notte lì in ufficio.Nonfacevo altro che lavorare in quell’uf - ficio: mangiavo, dormivo, mi alzavo e riprendevo a lavorare, così decisi, perché non spostare tutta la baracca a casa mia e servirmi bene della vita? «Questo lavoro», continua, «è così personalizzato, che la gente non fa che rivolgersi continuamente a me, per tutto. Solo in questo modo, dunque, riesco a farcela. Non accetto più telefonate, non sbrigo più corrispondenza, non devo più regolare la mia vita sull’orario di quella degli altri, non devo partecipare a continue e noiose riunioni, non devo affrontare colazioni d’affari e una quantità di formalità. Se non ne ho voglia non mi faccio neppure la barba. Non devo neppure vestirmi. Non devo mettermi camicia, cravatta e vestito ogni giorno, mi basta infilare una vestaglia!». Sorride. Poi gli occhi gli si offuscano. «Sapete», dice, «la gente pensa che io sia una specie di Barnum intento a metter su uno spettacolo. La gente viene qui e glielo si legge in faccia: trovano da ridire su tutto. Gli piace pensare che non è possibile che io sia felice. Gli piace pensare che quella che io conduco sia una vita arida e squallida. Bene, io vi dico invece che è una vita maledettamente piena!». «Si fa cose, vestiti nuovi e roba del genere?». «No,èstrano» - laboccadiHefner si stira tutta quanta in quel suo luminoso sorriso - «in questo modo, a quanto pare, non consumo molti vestiti. Sa, per le vestaglie è diverso, però. Questa dev’essere la terza da quando…». Par di vederlo il sarto di Hefner, lì dentro, col vecchio metro per le misure piazzato contro la schiena nodosa e il grosso pollice sinistro dietro il collo di Hefner, coperto di lunghi riccioli spioventi, che gli fa un’al - tra vestaglia. Non un vestito. Cielo grandissimo! La moda a New York A New York, invece, chi arriverebbe a tanto? L’idea della gran vita a NewYork, quando si ha un giro di affari di 48 milioni l’anno, è quella solita e vecchia del farsi vedere. C’è sempre qualcosa come la serata del lunedì, la serata mondana, al Metropolitan. (...) New York non fa che tenersi aggrappata a questa vecchia, feudale e patrimoniale idea delle gerarchie sociali, del farsi vedere, dell’in - contrare la gente giusta a via dicendo. Praticamente, nessuno si rende ben conto di quel che va succedendo lassù (grandìo conoscono l’espressione, lassù; gli inglesi dicono la stessa cosa riferendosi a New York, quaggiù dicono anzi, quando vi mettono piede) che cosa va succedendo lassù a Chicago, a Columbus, nell’Ohio, a Houston, Los Angeles, San Francisco. Stan tutti lassù, con Hugh Hefner in testa, che vive il nuovo stile di vita: l’eremita moderno. (...) Innanzitutto, Hefner è un perfetto midwestern. È nato aChicago in una famiglia timorata di dio ma, socialmente, media e nient’altro. Ha frequentato l’Uni - versità dell’Illinois e il suo primo e unico matrimonio (si separò nel 1954 e divorziò nel 1959) non fu «sociale». E tuttavia la fonte dei suoi soldi ha sempre lasciato una traccia nella tradizionale terminologia di status: «Playboy», una «skin-magazine», come dicono a Yale, e i Playboy Club, «quelle bunny-house». Peggio ancora, ha realizzato tutto questo a Chicago, se la cosa rende bene l’idea. E persino Chicago s’è mostratauntantino gelida al riguardo. Poco tempo fa il Chicago Daily News pubblicò un elenco che portava il titolo «Le 62 persone migliori di Chicago ». La cosa si riduceva a una rassegnadi statusbasata nonsolo sugli antenati e sui censi maturati nei lustri ma anche sulle recenti realizzazioni. Quasi ogni persona di rilievo di Chicago vi compariva escluso Hugh Hefner, nonostante il fatto che è forse l’impresario più intraprendente cheha avuto Chicago dal 1945 in poi e certamente il più conosciuto. Hefner è l’edito - re di riviste che ha avuto più successo in questo secondo dopoguerra. Iniziò con seicento dollari di tasca sua più duemila presi in prestito, e ora ha un giro d’affari che raggiunge i 48 milioni di dollari l’anno. La tiratura di Playboy continua adaumentare costantemente, dalle 742.000 del 1956 al 1.117.000 del 1960, al 1.877.000 del 1963 ai 4.500.000 circa attuali. Tre quarti di questa tiratura è venduta in edicola, il che per una rivista rappresenta il sistema di circolazione più proficuo. Convincere la gente ad abbonarsi, e quindi spedire la rivista agli abbonati, è costoso. Playboyè venduto a 75 centesimi la copia e rende ciò che nessun’altra rivista patinata riesce a rendere, vale a dire: a trasformare in profitto netto il solo ricavato delle copie vendute. Hefner sostiene che tutto il ricavato pubblicità è un sovrappiù, unpuroprofitto di per sénon trascurabile: dagli 8 milioni di dollari del 1964 ai 17 milioni del 1966. I primi passi Hefner aprì il primo Playboy Club a Chicago nel 1960. Oggi quando i membri dei Playboy Club vanno all’estero parlano di quel club come di un quartier generale mondiale. Nel1963Hefner aveva già fondato sette club e il numero dei membri aveva quasi raggiunto i 250.000. Oggi conta diciassette club con più di seicentomila membri. All’estero ci sono due Playboy Club, uno in Giamaicae uno, con casinò, su ParkLane a Londra. Hefner ha anche rilevato (senza neppure uscire dalla Casa per darci un’occhiata) uno dei più famosi grattacieli di Chicago, il Palmolive Building, con un fitto di 2.700.000 dollari per 63 anni, e l’ha trasformato nel Playboy Building. Ogni sera il vecchio faro Palmolive, che era già stato il faro di Lindbergh, ruota lassù in cima con un fascio di luce che i piloti dei jet possono vedere a cinquecento miglia di distanza. (...) Hefner si trasferì nella sua dimora nel 1960. La Casa, come quelli dell’organizzazione di Playboy di solito la chiamano, è al 1340 della North State Parkway. Lì dentro, di pomeriggio, lui dorme. La posizione geografica di Hefner, che stia in piedi, orizzontale o seduto, rappresenta una notizia di grossa importanza nell’interno della Casa o negli uffici di Playboy. S’è appena alzato, è appena andato a letto, sene sta lì a lavorare alla Filosofia - ma lui, Hefner, queste cose le fa a ore insolite, vale adire: quando ne ha voglia. È appena andato a letto - alle due e mezzo del pomeriggio. S’è appena alzato - alle undici del mattino. Sta dormendo... e, sotto le lampade fluorescenti, davanti a una grigia scrivania metallica, lì negli uffici del Playboy, in East Ohio Street, puoi immaginartelo con la testa affondata nella morbida percallina, con gli occhi chiusi e un braccio ripiegato sotto la guancia. Lui lavora alla Playboy Philosophy mentre tu ti lavi i denti e vedi spuntarti i rivoletti rossi alle gengive. La grande Filosofia La spiegazione ufficiale delle lunghe sedute di Hefner, che si protraggono dal giorno alla notte e dalla notte al giorno, lì nella Casa è proprio questa: lavora incessantemente alla Filosofia. Ed è vero che a questo progetto apparentemente interminabile lui dedica un’enorme quantità di energia. La Filosofia consiste in una solenne dissertazione sua sull’assurdi - tà, in materia di sesso, della presenza dei codici vittoriani nel mondo moderno. Per gli intellettuali della costa atlantica, in ogni modo, l’intera faccenda risulta un ingenuo e tedioso scontro con un colosso che qualcuno avrebbe dovuto far fuori una quarantina d’anni fa. Hefner, invece, vi ha dedicato ventitré puntate diPlayboy e calcola di essere solo a metà dell’opera. Il fatto continua a suscitare una considerevole reazione epistolare, buona parte della quale formata da commenti favorevoli - fremito apostata! - da parte di religiosi. La bianca moquette nella camera da letto di Hefner è coperta da gran mucchi di materiale di consultazione e ricerca contrassegnati con «Sodomia», «Omosessualità», «Adulterio» e così via. Lui consulta quel materiale seduto lì in pigiama e vestaglia, lavorando su una macchina per scrivere aerodinamica. In realtà, la Filosofia parrebbe proprio una convenzionale rappresentazione di status da parte di Hefner. Essa attribuisce alle imprese di lui un profondo valore morale, le legittima, in termini weberiani, così come le biblioteche aiutarono Andrew Carnegie a sentirsi meglio a proposito dell’intera faccenda. Ma con questo? Lì presenti, a pochi centimetri, a tutte le ore, ci sono i quadranti e le meraviglie della Casa. C’è sempre unaguida nella Casa, come Michèle, la bruna dame d’honneur, e i nubiani. Hefner dispone di personale negro in livrea bianca e nera, tutti alti, possenti, dalle spalle ampie, la vita stretta, i capelli tagliati cortissimi, tutti lì impalati, dritti, silenziosi, tanti silenziosi colossi nubiani impalati tutt’intorno La guida, in ogni modo, procede per la dolce, moderna, aggiornatissima lussuria dell’edificio. Ci sono stanze e alloggi fin su in alto, negli ultimi due piani, dove abitano circa trenta Bunnies del Chicago Playboy Club. Alex e Sandra oppure Carl e Deborah - a questo punto un’oc - chiata significativa: non sono sposati - e altre coppie come loro abitano anch’essi di solito lassù. Party in piscina E i party... be’, se un ragazzo e una ragazza s’accendono l’uno per l’altra e se ne vanno così, tranquilli, la mano nella mano, avviandosi su per la gran scala, ebbene, nessuno dice niente, o anche se qualcuno dice qualcosa nessuno vi fa caso. Oppurequando le coppie nuotano - e a questo punto Michèle non deve fare altro che un cenno e un grande e silenzioso nubiano si fa avanti, si china, e dai polsini bianchi sporge una gran mano nera e nodosa ed ecco: nel pavimento della gran sala di ricevimento s’apreuna botola e puoi guardar giù nel Woo Grotto, una parte della piscina del piano di sotto, un’isolata piscina nella quale magari, nel tiepido cloro color miele, nuota qualche giovane e concupibile seno.