Franco Bechis, Libero 1/11/2011, 1 novembre 2011
DISOCCUPAZIONE RECORD LA CURA ESISTE MA LA SINISTRA LA RIFIUTA
Le cifre sono quelle evidenti della crisi: a settembre il tasso di disoccupazione italiano è salito all’8,3%, con un balzo di 0,3 punti percentuali rispetto al mese di agosto, appena inferiore su base annuale (era l’8,1% nel settembre dell’anno scorso). Aumento record anche del tasso di disoccupazione giovanile, che è salito al 29,3% dal 28% del mese di agosto (e nel settembre dell’anno scorso era del 27,7%). Le cifre diffuse ieri dall’Istat segnalano una febbre che era sotto gli occhi di tutti e naturalmente sono già diventate benzina per la contrapposizione politica. Hanno bisogno di essere interpretate, perché pure su livelli alti è dal 2009 che il tasso di disoccupazione fluttua con scostamenti bruschi di mese in mese. Ancora più accade per quello giovanile, che impressiona sempre ma ha bisogno anche di essere contestualizzato nella realtà. La disoccupazione giovanile si calcola fra i ragazzi compresi fra 15 e 24 anni che si iscrivono alle liste di collocamento in cerca di lavoro. Il campione è sempre lo stesso. La platea però non è vastissima. Basti pensare che gli italiani fra 15 e 24 anni secondo l’Istat nel 2011 erano tre milioni e 133 mila. Secondo le statistiche gli iscritti alla scuola secondaria superiore (che quindi non possono essere in cerca di lavoro) sono poco meno di 2,4 milioni, mentre gli iscritti alle università sono 1,8 milioni (e possono avere anche più di 24 anni). La platea su cui si calcola la disoccupazione giovanile è dunque assai ridotta. Per questo le variazioni sono assai sensibili, e capita che nel giro di un trimestre possano salire o scendere anche di tre punti percentuali. Detto questo, i disoccupati aumentano davvero, e non era atteso dopo gli ultimi dati sulla produzione industriale e l’aumento di ordini e fatturato. Se le statistiche verranno confermate, significa che anche una piccola ripresa non basta a convincere le aziende ad assumere, perché le incertezze sono troppe. Chi chiude i battenti lascia per strada i propri dipendenti, chi torna a vedere in rialzo fatturato e utili non assume. Ricetta di sindacati e opposizione: il governo se ne deve andare. Che è poi la ricetta che offrono come antidoto a qualsiasi fenomeno congiunturale o naturale, terremoti e inondazioni comprese. Il governo - intendiamoci - ha le sue responsabilità, cominciando dall’inerzia sulla politica economica. Però proprio i dati arrivati fra agosto e settembre dall’Istat dicono che la vera medicina alla crisi occupazionale non è così lontana da quella scritta da Berlusconi nella sua lettera all’Ue, eche l’ostacolo vero - che provoca più disoccupati - è nella resistenza di sindacati e opposizioni a cercare tipologie contrattuali in grado di adattarsi al momento economico. Se oggi le imprese aumentano produzioni e ordini ma non sono disposte ad assorbire lavoratori, è perché non sanno per quanto tempo durerà la nuova congiuntura. Forse potrebbero arginare la disoccupazione attraverso contratti ad hoc che consentano la scommessa senza caricarsi costi per una vita. Flessibilità adatta alla congiuntura. Piace poco quella parola, ma oggi servono contratti in grado di essere sciolti se la congiuntura economica dovesse volgere al peggio. Non è la panacea a tutti i mali, e certo bisognerebbe mettere vincoli e paletti a Confindustria, perché quando a quelli offri un dito, loro si divorano il braccio e buona parte di tutto il resto. Basta ricordarsi come lagrande industria manifatturiera si è divorata la legge Biagi: anche quando c’erano condizioni per assumere a tempo indeterminato, si è buttata sui co.co.cosenzaritegno. E proprio da Confindustria nascono gran parte dei mali del mercato del lavoro. Hanno riempito gli organici di precari, abusando diuna legge intelligente, e poi al primo giro di vento ne hanno scaricato tutti i costi sociali sullo Stato. Oggi serve più flessibilità adatta al momento, perché vanno cercate le soluzioni concrete ai bisogni di ogni tempo. Non si dovrebbe farne una bandiera, ma anzi a fronte di questa possibilità mettere Emma Marcegaglia e chi verrà dopo di lei spalle al muro, dividendo con le imprese un pizzico di rischi sociali che la flessibilità comporta. Fra il 2009 e il 2010 lo Stato ha messo sul piatto insieme alle Regioni oltre 20 miliardi di euro per allargare la protezione sociale straordinaria a chi non l’aveva. È stato un atto intelligente e doveroso pensando che la crisi potesse mordere l’economia e poi lasciare la presa. Non può essere la soluzione con la crisi che si prolunga e le condizioni di finanza pubblica che tutti conosciamo. Una fiche su quel piatto bisogna che ora la metta il sistema delle imprese. In fondo la cassa integrazione come in genere la protezione sociale funziona con il sistema delle assicurazioni. Le imprese versano ogni anno una quota percentuale del monte salari e quando scoppia una crisi si attinge da quel fondo, con integrazioni Inps (cui lo Stato gira decine di miliardi all’anno per l’assistenza). Quel sistema andava bene fino a qualche anno fa, quando i lavoratori a tempo indeterminato erano maggioranza schiacciante. Oggi dalla protezione sociale sono esclusi ordinariamente tutti i lavoratori flessibili e precari. Visto che la grande industria manifatturiera ha assunto così un nuovo lavoratore su due in questi anni, dovrebbe pagare anche per loro l’assicurazione sociale. L’argomento è stato affrontato anche in tempi recenti con la stessa Marcegaglia, che ha chiuso ogni possibilità. Così resta il dato: non si può combattere la disoccupazione senza contratti flessibili, e non si possono fare contratti flessibili senza protezione sociale in caso di perdita di lavoro. Il risultato è così che Bersani, la Camusso e la Marcegaglia combattono la stessa antica battaglia: la protezione dei lavoratori più protetti e garantiti che ci siano. E a mare tutti gli altri. È grazie a questo che l’Italia diventerà sempre più un paese per vecchi.