Michele Arnese, Italia Oggi 1/11/2011, 1 novembre 2011
REPUBBLICA HA CAMBIATO PARERE
Ci mancava soltanto un’accusa palese a Mario Draghi di collaborazionismo con l’odiato Cav. e il quadro sarebbe stato completo. L’editoriale domenicale del fondatore del quotidiano la Repubblica, Eugenio Scalfari, segna di fatto un punto di non ritorno per il giornale di riferimento della sinistra progressista italiana.
Due giorni fa Scalfari al termine del commento si è rivolto direttamente al governatore uscente di Bankitalia e neo presidente della Bce, Mario Draghi, per stigmatizzare di fatto la lettera agostana di Bankitalia e Bce inviata al governo italiano nonché gli impegni messi per iscritto la scorsa settimana dall’esecutivo che sono stati accolti con favore dall’Europa e da Francoforte.
Secondo Scalfari, le liberalizzazioni nei mercati di beni e dei servizi e la maggiore flessibilità in uscita nei contratti di lavoro sono bazzecole, anzi sono nefaste. «E tu caro Mario, pensi veramente che in questo modo aumenteranno complessivamente i posti di lavoro e il monte salari e verrà varato quel patto generazionale tra padri e figli?», ha scritto domenica il fondatore di Repubblica. Per rafforzare la linea, ieri il quotidiano diretto da Ezio Mauro ha pubblicato in prima pagina il commento del sociologo Luciano Gallino con questo titolo: «I paladini dei diritti cancellati».
Tra i paladini c’è, naturalmente, anche Draghi. Eppure lo stesso quotidiano del gruppo Espresso tempo fa lodava, in chiave antigovernativa, quelle riforme che Bce e Bankitalia indicavano per rinvigorire la crescita. Quando Jean-Claude Trichet ha inviato la sua missiva a Silvio Berlusconi, una delle «raccomandazioni» riguardava «meno rigidità nelle norme sui licenziamenti dei contratti a tempo indeterminato». Però nel giorno della lettera inviata dalla Bce e dalla Banca d’Italia, il quotidiano fondato da Scalfari non mancava di applaudire al «commissariamento» europeo dell’esecutivo italiano. Lo stesso accadeva per la penna del vicedirettore Massimo Giannini allorché, usando contro il governo le considerazioni finali di Draghi il 31 maggio scorso, lamentava che troppo spesso sono state prese come «prediche inutili» (citando Luigi Einaudi). Ma cosa diceva Draghi nel suo discorso di commiato? «La diffusione nell’ultimo quindicennio dei contratti di lavoro a tempo determinato ha contribuito a innalzare il tasso di occupazione, ma al costo di introdurre nel mercato un pronunciato dualismo: da un lato i lavoratori in attività a tempo indeterminato, maggiormente tutelati; dall’altro una vasta sacca di precariato. Riequilibrare la flessibilità del mercato del lavoro, oggi quasi tutta concentrata nelle modalità d’ingresso, migliorerebbe le aspirazioni di vita dei giovani; spronerebbe le unità produttive a investire di più nella formazione delle risorse umane, a inserirle nei processi produttivi, a dare loro prospettive di carriera». Le misure lodate da Repubblica a fine maggio sono adesso criticate dallo stesso quotidiano. Eppure uno degli economisti di riferimento del quotidiano fondato da Scalfari, il bocconiano Tito Boeri, direttore scientifico della Fondazione Rodolfo De Benedetti, ha scritto nel 2008 un libro con Pietro Garibaldi dal titolo «Un nuovo contratto per tutti» (Chiarelettere). «Il contratto unico», scriveva Boeri nel sito Lavoce.info, «è a tempo indeterminato, e quindi non prevede alcun termine di scadenza, ma una fase di inserimento e una fase di stabilità. La fase di inserimento dura fino a tre anni e in questoil licenziamento può avvenire solo dietro compensazione monetaria, fatta salva l’ipotesi di licenziamento per giusta causa. La compensazione monetaria, durante la fase di inserimento, aumenta di un ammontare pari a 15 giorni di retribuzione per ogni trimestre di lavoro».