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 2011  novembre 02 Mercoledì calendario

Pochi vantano un numero intitolato a se stessi. Robin Dunbar è uno dei privilegiati. Antropologo evoluzionista a Oxford, cerca di capire come siamo diventati umani e all’avventura che facciamo risalire a 200 mila anni fa attribuisce una cifra a effetto: 150

Pochi vantano un numero intitolato a se stessi. Robin Dunbar è uno dei privilegiati. Antropologo evoluzionista a Oxford, cerca di capire come siamo diventati umani e all’avventura che facciamo risalire a 200 mila anni fa attribuisce una cifra a effetto: 150. Centocinquanta è il limite massimo di parenti, amici e conoscenti che possiamo gestire in un’intera esistenza (compresa la quantità, decisamente variabile, degli amori). Chi pensa, da bulimico di Facebook, di riuscire ad ammucchiarne molti di più sbaglia. Dal 151˚ l’elenco comprenderà solo pallide figure, fino a patetiche caricature di pseudo-amici che appaiono e scompaiono senza lasciare traccia. Siamo esseri sociali prima di tutto, con una corteccia cerebrale ipertrofica che rivela le nostre inclinazioni primordiali di cacciatori-raccoglitori e non a caso dedichiamo una quantità spropositata dell’energia con cui funzioniamo il 20% - al benessere dei neuroni. Se siamo unici in natura, la prova è in questa anomalia di comunicatori iperattivi e pettegoli seriali. Professore, lei è l’autore del saggio «Di quanti amici abbiamo bisogno?» e al Festival della Scienza di Genova, sabato scorso, l’ha raccontato: come è arrivato all’ormai famoso numero 150? «Dalla relazione matematica ottenuta studiando le dimensioni dei gruppi sociali e quelle del cervello nei primati e poi estrapolando l’equazione per gli esseri umani. Abbiamo quindi cercato una serie di prove per testarla». Qual è invece il numero massimo tra le scimmie antropomorfe? «Cinquanta». Molti fanatici dei social networks giurano di poterla smentire: sono convinti che i nostri limiti biologici vadano molto oltre. Che cosa risponde? «Che al momento non c’è una sola prova che la tecnologia possa aumentare questa soglia. Più interessante è il fatto che ci può rivelare perché questi limiti esistono». E qual è la risposta? «Riguarda il tempo richiesto per costruire un rapporto, un rapporto intenso e solido: è vero che la tecnologia ci permette di velocizzare i contatti e di sapere più velocemente che cosa stanno facendo i nostri amici, realizzando una sorta di memoria esterna. Ma tutti i processi di conoscenza reciproca si fondano sulla capacità di comunicare, e di parlare in particolare, e non possono violare due elementi insuperabili». Ce li spieghi. «Nel cervello abbiamo un numero determinato di “scatole” e, una volta che le abbiamo riempite, non ce ne sono altre a disposizione. Il secondo aspetto è il tempo investito in un rapporto: tanto più a lungo non si incontra un amico e tanto più la qualità emozionale del rapporto tende a decadere. Facebook, quindi, come tutti i social networks, ha solo l’effetto di rallentare il processo di declino, esattamente come è accaduto in passato con il telefono e con i cellulari. Alla fine gli amici bisogna comunque vederli. Si deve stare insieme. Non basta scambiarsi emails». Quali sono le differenze tra uomini e donne? «Sono evidenti. Ciò che mantiene viva una relazione per le donne si basa sulla parola e sulla conversazione. Per gli uomini si fonda sul fare. Praticare sport, condividere degli hobby o più semplicemente bersi un drink insieme. Internet è perfettamente “disegnata” sulle femmine, ma non aiuta granché i maschi». Internet è la Grande Sorella più che un Grande Fratello? «Esattamente. E’ così». Numeri a parte, 150 contro 50, che cosa rende diversi i rapporti tra noi umani rispetto a quelli tra le grandi scimmie? «Mi piacerebbe conoscere la risposta. Il problema è che non sappiamo neanche con precisione che cosa sia un rapporto. Di sicuro è più un evento emozionale che intellettuale e anche per questo motivo non abbiamo un modo efficace per descriverlo con il linguaggio. Ecco perché - credo - ricorriamo ai poeti. Sono loro a rivelarci aspetti che sentiamo in noi, ma che non riusciamo a esprimere se non imperfettamente». Qual è allora la sua idea di linguaggio? E’ uno strumento così imperfetto? «Il linguaggio è fondamentale quando si devono creare gruppi super-grandi, oltre il livello 150: villaggi, città, nazioni, continenti... Ed è essenziale, com’è evidente, per trasmettere la cultura e cementare molti tipi di relazioni. Abbiamo osservato diverse prove su come sia alla base della loro qualità, anche nell’ambito dei 150. Questi, infatti, dipendono da ciò che si condivide». E qui lei ha elaborato un altro numero, giusto? «E’ il 6. Si tratta di 6 elementibase: tanto più sono condivisi e tanto più un rapporto è forte. La lingua, appunto, e poi le origini comuni, il background dei saperi, le idee politiche e quelle religiose, il “sense of humor”. E questi elementi si rafforzano in rapporto alla quantità di tempo trascorso insieme». Che idea si è fatto della nostra intelligenza: è più sociale che intellettuale? O è vero che ce ne sono tanti tipi diversi, come sostiene Daniel Goleman? «Non credo che si possa stabilire un ordine gerarchico tra tipi diversi di intelligenza: di sicuro ne esiste una antica, di tipo ecologico, che ci ha permesso di trovare il cibo e sopravvivere. Ma poi, come si vede nei primati, è emersa quella sociale e il cervello si è via via affinato come un computer. Una volta elaborate specifiche abilità cognitive, è stato sempre più facile trasferirle in altri domini e così il software mentale ha realizzato sempre nuove invenzioni, dalla scienza e dalla tecnologia fino ai sistemi politici, anche se in quest’ultimo caso la loro affidabilità non è affatto così ovvia!».