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 2011  novembre 02 Mercoledì calendario

Tutti vogliono essere fashion, avere il dettaglio che fa la differenza ma nessuno sa più attaccare un bottone (o non ha il tempo di farlo)

Tutti vogliono essere fashion, avere il dettaglio che fa la differenza ma nessuno sa più attaccare un bottone (o non ha il tempo di farlo). Tutti vogliono le iniziali sulle camicie, ma le donne di casa hanno smesso da un pezzo di ricamare. Tutti vorrebbero saper rimettere a posto un orlo, accorciare una gonna, ma è come per la cucina. Stiamo incollati davanti a una dozzina di trasmissioni televisive, prendiamo furiosamente appunti da «Masterchef» a «Kitchen in love», poi andiamo a mangiare fuori (troppo) e, tra una cena e l’altra è d’obbligo la dieta Dukan. Se la dieta riesce, bisogna far dimagrire i vestiti. Così mentre l’economia rallenta, la sartoria rapida galoppa: è il catering del guardaroba (in mancanza di una guardarobiera). Difficile tener dietro ai dati: aperture, chiusure e spostamenti sono velocissimi, ma nell’ultimo anno almeno duecento nuovi punti vendita hanno messo radici in tutte le città. Un po’ perché fare impresa costa poco (a partire da 15 mila euro), un po’ perché la formula (franchising, network) aiuta, il fatturato non è disprezzabile (da 80 a 180 mila euro l’anno, con punte di 300 mila) e un po’ perché si butta via con meno leggerezza un vecchio vestito, specie se è costato parecchio. Xò Officina tessile (dal 1998, 66 punti vendita), Zyp (50 negozi), Mr.Cucito (oltre 60 affiliati), Orlo Express srl Milano (24), Orlo e via, Cucitalia e Cucitutto: i nomi sono già un programma. I pionieri hanno cominciato oltre dieci anni fa, altri sono arrivati tra il 2002 e il 2003, ma dal 2009 la crescita è costante, impetuosa e incontrollata. Dev’essere cambiato qualcosa se una fashionista come Nina Garcia, nel suo «The Style Strategy» (pubblicato in Italia da De Agostini) suggerisce, in tempi mini budget, di accorciare o stringere i pantaloni, togliere le maniche degli abiti, «aggiungere balze, fiocchi, pizzi, tasche», modificare il collo di un cappotto, sostituire i bottoni. E spiega che tutto ciò può essere «divertente e creativo». Già, ma come? Negli anni Cinquanta una famiglia italiana su tre aveva in casa una macchina per cucire e i giornali di moda con dentro il cartamodello vendevano 800 mila di copie. Adesso le ragazze possono dirigere una multinazionale, ma restare paralizzate da una cucitura che salta (e non è un caso che la moda proponga abiti destrutturati, fluidi) perciò la sartoria rapida ha tanto successo. C’è chi offre 400 tipi di riparazioni e 23 varianti di orlo. Chi garantisce la rapidità (mezz’ora per accorciare le maniche di una giacca). C’è chi trasforma i vecchi jeans in borse e chi salva con inserti di raso il tubino nero troppo stretto. Conviene a Napoli, che ha in assoluto i prezzi più bassi (tre euro per un orlo) e meno a Milano (da cinque a nove euro), ma non è solo questione di risparmio. C’è una tendenza ecofashion che impone, a voler essere corretti, il recupero e il riciclo. E un desiderio strisciante, pericoloso a volte, di essere tutti un pochino stilisti. Chissà che a forza di provarci, non venga fuori una vocazione.