Marco Alfieri, La Stampa 2/11/2011, 2 novembre 2011
Banche a picco e tempesta perfetta sui mercati europei, che bruciano in borsa 219 miliardi di euro. E’ stato un 1˚ novembre da incubo, innescato dall’annuncio choc di Atene di sottoporre il nuovo piano di aiuti anti default, imposto da Ue, Bce e Fmi, a referendum popolare; influenzato dalle incertezze sulla tenuta del sistema bancario europeo, chiamato ad un nuovo round di ricapitalizzazioni da 106 miliardi di euro; e ingigantito dall’immobilismo italiano, terza economia di eurolandia seduta su una montagna di debito pubblico inscalfibile senza crescita economica
Banche a picco e tempesta perfetta sui mercati europei, che bruciano in borsa 219 miliardi di euro. E’ stato un 1˚ novembre da incubo, innescato dall’annuncio choc di Atene di sottoporre il nuovo piano di aiuti anti default, imposto da Ue, Bce e Fmi, a referendum popolare; influenzato dalle incertezze sulla tenuta del sistema bancario europeo, chiamato ad un nuovo round di ricapitalizzazioni da 106 miliardi di euro; e ingigantito dall’immobilismo italiano, terza economia di eurolandia seduta su una montagna di debito pubblico inscalfibile senza crescita economica. Il risultato è una giornata funesta per le banche europee, molte delle quali zeppe di titoli pubblici italiani (solo gli istituti francesi e tedeschi ne hanno in portafoglio rispettivamente 74 e 36 miliardi). L’indice Dj stoxx che raccoglie i titoli del credito dell’area euro ha ceduto in borsa oltre l’8%, con abissi a due cifre per Societe generale (-16%), Dexia (-15%), National Bank of Greece (-14,5%), Bnp Paribas (-13%) e Credit Agricole (-12,5). Dentro lo sprofondo europeo l’Italia è purtroppo maglia nera, chiudendo a piazza Affari a -6,8%, il quarto peggior crollo dall’attacco alle torri Gemelle, settembre 2001, trascinata proprio dai bancari (-11,63%). I listini tricolore sono una lunga spoon river: Intesa Sanpaolo perde il 15,8% a 1,08 euro, dopo essere stata più volte congelata, Unicredit il 12,4% a 0,74 (per le due big si tratta del peggior calo di sempre), Mps il 10,2% a quota 0,30, Banco Popolare l’8,98% a 0,98, Ubi il 6,81 a 2,57, Mediobanca il 4,86 a 5,48, Bpm, al secondo giorno dell’aumento, il 7,81% a 0,41 euro. Ma la giornata di ieri è solo l’ultima puntata dell’ incubo: i bancari sono da tempo ai minimi storici. Intesa Sanpaolo ha ceduto in un anno il 45% del suo valore e oggi capitalizza poco più di 20 miliardi di euro. UniCredit ha perso il 54% e vale nemmeno 17 miliardi, mentre Mps ha lasciato per strada il 62,6% del suo valore di borsa, per una capitalizzazione di 3,7 miliardi di euro. Poco più di quanto l’Eba (European banking authority), le abbia chiesto di ricapitalizzare. Poi ci sono Mediobanca (-26% per un valore di borsa di 5 miliardi), Ubi (-62% per un valore di 2,5 miliardi), Banco Popolare (-64% per 1,9 miliardi) e Bpm (-61% per appena 201 milioni di euro di valore azionario). Tutte insieme le principali banche italiane valgono meno della metà del colosso della telefonia Vodafone (102 miliardi): a questi prezzi lo shopping straniero, o una parziale rinazionalizzazione del sistema, non è più fantapolitica. Né aiuta la decisione dell’Eba, influenzata dall’asse carolingio, di alzare il livello di capitale delle banche, valutando ai prezzi di mercato i titoli pubblici in portafoglio. Questa decisione penalizza i nostri istituti che dovranno ripatrimonializzarsi per 14,7 miliardi per rispettare i nuovi limiti europei (Tier 1 al 9%). Alle banche di Parigi e Berlino, invece, non verranno computati i tanti titoli tossici che hanno in pancia (in Europa ne circolano per 337 miliardi di cui solo il 4% è a bilancio di intermediari italiani). In sostanza più si deprezzano i bond governativi, più i bilanci delle nostre banche, che hanno in pancia buoni del Tesoro per 159 miliardi, si riempiono di perdite e crollano in borsa. Allargando il contagio all’economia reale perchè i tassi sul debito pubblico sono anche il termine di riferimento per il costo della raccolta bancaria. L’aumento del differenziale fra bund e Btp grava così sui costi di approvvigionamento, costringendo le banche a offrire tassi più elevati per attirare clientela e garantirsi liquidità. In un sistema bancocentrico come quello italiano, dove il 91% del finanziamento alle imprese passa dallo sportello, questo significa sempre meno soldi a chi investe e crea posti di lavoro.