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 2011  novembre 02 Mercoledì calendario

Quattro mesi fa, a luglio, il punto di non ritorno, il fatidico livello di guardia del rendimento del 7% per i titoli di Stato italiani a dieci anni era un incubo da scongiurare

Quattro mesi fa, a luglio, il punto di non ritorno, il fatidico livello di guardia del rendimento del 7% per i titoli di Stato italiani a dieci anni era un incubo da scongiurare. Ogni volta che le obbligazioni di uno Stato dell’Eurozona hanno toccato quei rendimenti, sono scattati fatalmente gli aiuti di Unione europea, Bce e Fondo monetario per impedire che la situazione degenerasse in un collasso. È successo per la Grecia (maggio 2010), poi per l’Irlanda (novembre 2010) e per il Portogallo (aprile 2011). Ora quell’incubo che potrebbe mettere in serie difficoltà l’Italia per pagare gli interessi sul debito pubblico da 1900 miliardi e rimborsare le sue obbligazioni, rischia di diventare realtà. Da ieri i rendimenti dei nostri Btp sono volati al 6,33%, un’altra soglia critica che ci dà una lezione da brivido se si guarda indietro a cosa è successo ai Paesi europei in difficoltà, i maialini d’Europa (i cosiddetti Piigs). Basta dare un’occhiata al grafico qui accanto. Arrivati al 6,3%, ai bond greci sono bastati solo tre mesi per arrivare, in caduta libera, al 7%, le obbligazioni di Dublino hanno resistito un po’ di più (5 mesi), mentre i titoli portoghesi di nuovo tre mesi. La prima domanda a questo punto è quanto tempo ci vorrà perché i nostri titoli di Stato tocchino rendimenti del 7%? «Ci si può arrivare anche entro fine novembre - mette in guardia un banchiere d’affari di Londra - se dal G20 non esce nulla di concreto ma soprattutto se il governo italiano non si decide a varare in fretta le misure promesse». Quali? Gli uomini delle sale operative chiedono «il taglio del debito pubblico, anche attraverso la vendita degli immobili dello Stato, l’avvio di liberalizzazioni e privatizzazioni, una riforma fiscale più equa e redistributiva, conti correnti trasparenti per combattere una volta per tutte l’evasione fiscale». Ma il partito dello spread, le lobby della finanza, premono anche perché ci sia più credibilità, magari con un governo tecnico d’emergenza nazionale. La seconda domanda è perché i rendimenti dei nostri Btp rischiano di passare in fretta da un rendimento del 6,3 a quello del 7%? Che succede? Colpa della speculazione? Ancora una volta c’è di mezzo il meccanismo dei derivati, una vera bomba a orologeria che muove una montagna di denaro più o meno virtuale. Il precedente che rischia di fare scuola è che la London Clearing House, la società della Borsa di Londra che gestisce i pagamenti sul trading, la compravendita di titoli, aveva imposto una svalutazione sul valore del collaterale sulle obbligazioni irlandesi e portoghesi quando i loro tassi avevano superato il 6,2%. Già oggi o nei prossimi giorni se i rendimenti dei Btp non scenderanno potrebbe esserci un annuncio simile per i titoli di Stato italiani. E secondo indiscrezioni, la svalutazione dei nostri Btp potrebbe essere dal 5% fino a un massimo del 20%, scatenando un’ondata di vendita dei titoli di Stato italiani. Il risultato? I rendimenti saliranno in fretta intorno al 7%. Ecco un esempio: se una banca italiana compra un contratto future su un titolo azionario, cioè un derivato, per 100 milioni di euro, dovrà depositare 10 milioni di euro in contanti o in titoli di Stato italiani, che fanno da collaterale. Se la svalutazione sarà del 20%, la banca italiana, per onorare il derivato, dovrà restituire alla London Clearing House l’equivalente del 20%, nell’esempio appena fatto 2 milioni. Come farà la banca a restituirli? L’ipotesi più probabile visto la crisi di liquidità (credit crunch) è che venda sul mercato titoli di Stato per 2 milioni. Il suo caso potrebbe essere seguito da altre banche e fondi scatenando così la tanto temuta ondata di vendita dei Btp, a cui la Bce sta cercando di porre rimedio comprandoli. Peraltro le nostre banche con più obbligazioni italiane (159 miliardi) e le più esposte sono Intesa Sanpaolo (57,5 miliardi), Unicredit (47,4 miliardi) e Monte Paschi (32 miliardi). Un’altra grana a cui fare attenzione è che nel 2012 scadranno titoli di Stato made in Italy per 300 miliardi. E quelle obbligazioni vanno rimborsate.