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 2011  ottobre 31 Lunedì calendario

L’ARATRO A QUATTRO ZAMPE NEI CAMPI AMISH ITALIANI

Il loro regno per un cavallo. C’è chi mette da parte l’azienda di famiglia per un roano e chi (anche solo per due giorni) si dimentica l’impero alimentare per stare qualche ora con un comtois (razza francese). E così, alle porte di Verona, c’è un’enclave in cui il lavoro nei campi è affidato alle gambe robuste e alle stravaganze dei mammiferi crinati. Ma quelli di «Noi e il cavallo» precisano di non essere un’associazione. «Nei campi, con loro – dice Albano Moscardo, il portavoce – c’è spazio solo per le passioni».
L’unica legge, da queste parti, è quella equina: le stagioni sono scandite dal rituale del taglio delle unghie, dalla ferratura e dall’approvvigionamento del fieno (ne occorrono qualcosa come venti chili al giorno per animale). In cambio, i mammiferi danno forza lavoro, ascolto silenzioso, quella singolare familiarità che sin dai tempi di Riccardo III ha ispirato i poeti. Moscardo e gli altri però sottolineano: «Noi li utilizziamo anche e soprattutto come aiuto nei campi, perché l’attenzione all’ambiente e la comunione con la natura ci interessa prima di tutto». Loro hanno cambiato vita.
Si riuniscono periodicamente (alcuni sono più assidui, altri si accontentano del titolo di cavalieri della domenica) e lavorano la terra attaccando aratri, vanghe, carri e grosse pale ai cavalli. Per Moscardo, tutto nasce da un’affettuosa disobbedienza filiale: «Mio padre lavorava la terra – racconta – anche con le bestie e si raccomandava affinché non seguissi il suo esempio. Quando lui è mancato, però, ho deciso di seguire l’istinto». Che aveva la forma di un tracagnotto Tpr (razza squadrata e massiccia) e di un zazzeruto comtois. Lentamente ha imparato ad ascoltarli: «I cavalli – racconta – hanno un orgoglio discreto. Niente bizze, ma impongono rispetto. Stando con loro si impara a essere umili e a rispettare gli strumenti da lavoro». Quel rapporto di fredda funzionalità (puro sfruttamento) che si ha con le macchine, qui viene azzerato.
A svolgere il lavoro è un animale, qualcosa che si muove e che soffre, che desidera e che ha bisogni primari. Ecco il punto: il lavoro diventa più umano. Che poi è lo stesso principio che anima le comunità degli Amish all’estremità orientale degli Stati Uniti (in Ohio il gruppo più numeroso): una certa religiosità austera nella fatica, difesa delle tradizioni e avversione alle tecnologie. Certo, Moscardo e gli altri hanno un approccio più laico e convenzionale, però parlando con loro si avverte un certo primitivismo eroico: educazione nella conversazione, ma niente birignao, precisione nei dettagli eppure nemmeno l’ombra di affettazione o frasi enfatiche. Insomma, autenticità.
Vantaggi nell’uso del cavallo? «Certo – dice Moscardo –: ci sono delle macchine che non arrivano in certi posti del campo, dove invece l’animale si muove con disinvoltura. Poi, a conti fatti, è più economico». Sintetizzando: se si impara a tagliargli le unghie – operazione, pare, complessa e dispendiosa – il gioco è fatto. Mangia erba e fieno, non varia mai la dieta (al massimo un po’ di crusca), pascola per sedici ore al giorno mantenendo una certa autonomia gestionale. E poi è bello da morire, anche nelle varianti più tarchiate: quell’eleganza vagamente femminea che portò il cavallo – unico tra gli animali – a essere incoronato imperatore ai gloriosi tempi della Roma che fu.
Oltre a Moscardo, tante storie. C’è l’imprenditore che mette da parte il pc e sale sul carretto; l’analista finanziario che scorda i numeri perché concentrato a sellare l’equino; c’è chi, semplicemente, pensa che le coltivazioni biologiche abbiano bisogno di cavalli anziché macchine agricole. Il settanta per cento dell’agricoltura nel mondo – ricorda Moscardo – si avvale dei cavalli. Basti pensare ai paesi emergenti, come India e Cina. E solo in Germania novantatré grandi aziende si servono di questo animale».
Durante i giorni di fiera si svolgerà nel Padiglione Uno un’esposizione di attrezzature per lavorare i campi con il traino dei cavalli, curata dall’associazione. In cui Moscardo e gli altri mostreranno quello che hanno imparato negli anni: sellare, ferrare, ispezionare la bocca. Già, perché è vero che «a caval donato… », ma l’esame dei denti è importante anche per vedere se l’equino è in salute. Il valore della fiducia, appunto.
Roberta Scorranese