Antonio Carioti, Corriere della Sera 31/10/2011, 31 ottobre 2011
GARIBALDI E «MARSALA», COME UNA LOVE STORY
«Morì a trent’anni, il 5 settembre 1876. E l’eroe dei due mondi le era talmente affezionato da porre sulla sua sepoltura, a Caprera, una lapide fatta dello stesso marmo che aveva collocato sulle tombe delle due piccole figlie morte precocemente, Rosita e Anita». Lo storico Dino Mengozzi, autore del libro Garibaldi taumaturgo (Lacaita), sta parlando di Marsala, la cavalla bianca regalata a Garibaldi nell’omonima città siciliana dopo lo sbarco con i Mille, nel maggio 1860. In sella a quella giumenta il generale sarebbe entrato a Palermo.
«Oggi la tomba di Marsala — continua Mengozzi — non è un luogo molto frequentato dai turisti. Si trova nella pineta dell’isola, non lontano dal ponte che unisce Caprera a La Maddalena. È piuttosto appartata, ma visibile dalle finestre della casa bianca dove abitava Garibaldi».
Il generale amava i cavalli sin dall’epoca del suo soggiorno in Sudamerica: «Nelle memorie scritte nel 1872 — nota Mengozzi — ci sono passi molto suggestivi sull’impressione che gli fecero le mandrie equine della pampa, un ricordo reso ancor più acuto dal fatto che, dopo la ferita subita all’Aspromonte nel 1862, non poteva più cavalcare. La sua descrizione dello stallone selvaggio, che corre come il vento e non ha mai provato il morso né la sella, dimostra una passione intensa».
Va ricordato inoltre che Garibaldi è tra i fondatori della Società per la protezione degli animali. «La creò a Torino nel 1871, con il medico Timoteo Riboli. In questa fase della sua vita Garibaldi abbraccia una sorta di panteismo, si convince che ogni cosa nella natura ha un’anima. Guarda con sempre maggiore affetto agli animali e si pente di essere stato un cacciatore».
Oltre che cultore dell’arte venatoria, l’eroe nizzardo era stato un gaucho. E qui si torna alla sua dimestichezza con i cavalli. «Al ritorno in Italia dopo l’esperienza sudamericana, Garibaldi stupì tutti per come cavalcava e maneggiava il lazo, con cui riusciva a catturare gli avversari».
Non è certo un caso che i monumenti più solenni di Garibaldi — da quello romano sul Gianicolo a quello di Milano in largo Cairoli — lo raffigurino a cavallo. «Anche nei momenti cruciali delle battaglie, le camicie rosse lo ricordano in sella, nel mezzo della mischia, impassibile anche mentre fischiano i proiettili, come un protettore che veglia dall’alto sui suoi uomini. Così del resto, "ritto in arcione, terribile nella luce del tramonto" lo ricordava il leader radicale Felice Cavallotti».
Antonio Carioti