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 2011  ottobre 31 Lunedì calendario

MAGIC JOHNSON VENT´ANNI FA ANNUNCIAVA DI ESSERE SIEROPOSITIVO DA SIMBOLO A CAMPIONE APPESTATO, HA FATTO CAPIRE CHE ANCHE I GIGANTI POSSONO ESSERE CONTAGIATI OGGI COLLABORA CON OBAMA E COSTRUISCE CINEMA NEI GHETTI. E SOPRATTUTTO È VIVO E NON SI ARRENDE

Vent´anni fa era il campione appestato. Eterosessuale e sieropositivo. Il gigante malato con cui nessuno voleva più giocare. I suoi canestri non avevano futuro, come la sua vita. La sua caduta dall´alto fece rumore: da simbolo vitale dello sport americano a peccatore promiscuo con i giorni contati. Nessuno prima aveva avuto il coraggio di presentarsi e di dirlo al mondo: «Ho quella malattia». Era una cosa brutta, da tenere segreta. Earvin «Magic» Johnson aveva 32 anni. Come il numero della sua maglia. La sua stella era sul marciapiede più famoso di Hollywood, accanto a Liza Minnelli. Ma il 7 novembre ´91 Magic a Los Angeles annunciò due cose: era sieropositivo e si ritirava dal basket. Era serio, non rideva più. Il Peter Pan dei canestri lasciava: 5 titoli Nba, 3 da miglior giocatore. Una guardia straordinaria di 2 metri e 05. Cinque mesi prima si era sposato, sua moglie era incinta. «Sta bene, non è contagiata». Jeanie Buss, figlia di Jerry, proprietario dei Los Angeles Lakers, ha raccontato: «Ho visto mio padre piangere solo due volte: quando è morta mamma e quando Magic fece l´annuncio».
Vent´anni dopo Magic è un uomo di successo indaffarato. È sempre sposato con Cookie, ha tre figli, una adottata nel ´95, è nonno. Potrebbe starsene sdraiato in piscina, invece è sempre in giro. La sua società è proprietaria di una dozzina di cinema, di ristoranti, di case, ha costruito anche 125 caffè Starbucks. La sua vita non ha pause. «Mi sveglio alle 4, dalle 5 alle 6 vado in palestra, corro 7 km, faccio un po´ di boxe, mi trasferisco in ufficio, alla sera a nanna presto. Ho preso da mio padre, operaio alla General Motors, in 30 anni mai un giorno di ritardo, era alla linea d´assemblaggio, ma quando tornava a casa trovava sempre il tempo per giocare a basket. È il mio modello, ci parliamo al telefono ogni lunedì, lui è rimasto in Michigan. Combatto la malattia come fosse un avversario, non le lascio spazio, ora è più facile, nel ´91 c´era solo una terapia contro la sieropositività, oggi ce ne sono circa trenta. Allora prendevo 10-15 pillole al giorno, nel ´96 sono sceso a tre, ora a due. I dottori mi dicevano: proviamo, sei così grosso. Non mi sono mai abbattuto, nemmeno quando sembrava che non avrei avuto più di quattro anni di vita davanti. Ma all´inizio è stato duro. Non è stato facile affrontare pubblicamente il contagio, mi ha dato forza una donna, Elisabeth Glaser, che stava morendo di Aids, mi disse che sarei sopravvissuto e che avrei potuto fare molto, aprire gli occhi agli altri su questa malattia».
Magic viaggia, lavora, cerca di costruire un tessuto economico nei quartieri abbandonati. Il primo cinema l´ha aperto nel ´99 a Baldwin´s Hill, nel ghetto di Crenshaw a Los Angeles. «Sì. Era territorio delle gang. Dei Crips e dei Bloods. Ho parlato ai ragazzi, erano una quarantina, li ho coinvolti nei lavori, ma ho vietato i loro colori, alcuni lavorano ancora per me. E ho continuato ad aprire altri cinema nelle aree derelitte: ad Harlem, a sud-est di Chicago, a Cleveland. Così anche lì le famiglie povere possono andare a vedere i film. Collaboro anche con l´amministrazione Obama per lo sviluppo delle comunità urbane. Mia moglie mi dice sempre: come rimpiango i tempi in cui giocavi, avevamo più tempo». Magic è stato il primo a far capire che lo sport non era un mondo a parte, anche i giganti dello sport potevano essere contagiati. Senza essere ricambiato: molti campioni dell´Nba dissero che non se la sentivano più di giocare con lui; i giocatori dell´Nfl aggiunsero che «era pericoloso»; il presidente dei Phoenix Suns dichiarò che «Magic può rovinare i nostri investimenti miliardari»; si sussurrò anche sulla sua bisessualità. Nel ´92 Bush lo coinvolse nella commissione nazionale sull´Aids, otto mesi dopo Johnson diede le dimissioni perché non si faceva abbastanza. È stato davvero Magic: si è dato una disciplina, si è inventato un´altra carriera, si è messo a guardare avanti. Come quando giocava e si metteva la squadra sulle spalle: «Don´t fear, the thirty-two is here». Nessuna paura il 32 c´era. «Adoro vincere, detesto perdere. Ancora oggi quando gioco con mia figlia Elisa, di 16 anni, nell´uno contro uno, la lascio andare avanti, 9 punti, non di più, dopo recupero. Sul parquet vado in trance, voglio che la mia formazione prevalga. Il Dream Team è stato la cosa più bella che mi sia capitata, avere a fianco Bird, Jordan, Barkley, Ewing, Robinson, non sapevo davvero a chi passare. Se devo dire oggi in chi mi ritrovo scelgo LeBron James per il sorriso e anche per il suo gioco. Ma se per i giovani venti anni dopo sono il businessman che ha i cinema e i ristoranti invece di quello che giocava con Jabbar mi va bene lo stesso. Anzi mi fa piacere».