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 2011  ottobre 30 Domenica calendario

LA VICENDA DELLE DUE MAPPE CONCORRENTI. IL «GENOMA» DIECI ANNI DOPO. COME CI HA CAMBIATO LA VITA

Prescrivere a un paziente l’analisi del suo intero patrimonio genetico così come si richiede un elettrocardiogramma o una risonanza magnetica? Perché no, almeno in prospettiva.
Il caso di Debbie Jorde insegna: sua figlia Heather era nata con un labbro leporino, otto dita della mano, otto dita del piede e senza le palpebre inferiori, colpita da una rara malattia, la sindrome di Miller, talmente rara che i medici non pensavano fosse genetica, ma legata a mutazioni occasionali del Dna. E avevano assicurato alla mamma che il secondo figlio non avrebbe avuto problemi. Sbagliato. Il fratellino Logan, nato tre anni dopo, ne era affetto anche lui.
Quando i ragazzi diventarono adulti, il secondo marito di Debbie, un genetista all’University of Utah a Salt Lake City, pensò di analizzare i genomi di madre, padre e dei due figli e scoprì il gene responsabile della malattia, chiamato DHODH (ha a che fare con la sintesi dei nucleotidi) e un’altra anomalia, nel secondo figlio, che lo predisponeva alle polmoniti. Se lo avessero saputo prima, avrebbe evitato terapie sbagliate.
L’idea di leggere l’intero genoma di una persona è l’ultima frontiera di un lungo percorso, cominciato dieci anni fa con la pubblicazione della mappa genetica umana.
L’anniversario invita, oggi, a ripercorrere le tappe di questa avventura e suggerisce una riflessione sulle ricadute pratiche del Progetto Genoma. Senza eccedere con l’entusiasmo (forse eccessivo all’inizio) e senza esagerare con le critiche (diffuse allora come ora), perché i vantaggi ci sono e sembrano crescere di importanza, anno dopo anno.
La mappatura del genoma umano ha permesso di catalogare all’incirca 25 mila geni (molto meno dei 100 mila ipotizzati all’inizio) che determinano le caratteristiche fisiche di un individuo e il funzionamento del suo organismo.
Fin qui tutto bene, ma si doveva fare un altro passo in avanti per capire quando i geni, attraverso le loro mutazioni, provocano malattie o predispongono al loro sviluppo. «Ci si è accorti — dice Paolo Vezzoni, ricercatore del Cnr all’Istituto Humanitas di Milano — che certi geni presentano polimorfismi, cioè variazioni, nei diversi individui (ogni individuo, infatti, ha la sua carta di identità genetica che lo rende diverso dagli altri sia nell’aspetto fisico che per le malattie di cui può soffrire). Bisognava andare a cercare questi polimorfismi» .
È nato così il progetto HapMap, la mappa degli aplotipi (l’aplotipo è un insieme di variazioni, cioè di polimorfismi genetici): oggi, grazie a questo "atlante", è possibile mettere in correlazione determinati aplotipi con un’ampia gamma di malattie. Nel frattempo i ricercatori hanno dato vita allo studio del trascrittoma, del proteoma e dell’epigenoma (vedi glossario) tutt’ora in corso.
La ricerca, dunque, ha fatto passi da gigante, sicuramente per quando riguarda le conoscenze scientifiche, ma, per ritornare alle ricadute pratiche, quali sono oggi i reali benefici per il paziente? «I vantaggi più importanti si sono avuti nel campo della diagnosi e della prognosi delle malattie genetiche semplici (provocate, cioè, dal difetto di un singolo gene, come la talassemia) — spiega Vezzoni —. Quando ha preso il via il Progetto Genoma, si conoscevano pochissimi geni di malattia; oggi, invece, abbiamo la possibilità di diagnosticare almeno 2.200 patologie monogeniche (in totale sono almeno 7mila, la maggior parte rare), anche se, purtroppo, tutto questo non si è ancora tradotto in un miglioramento delle cure (a parte certi tentativi di terapia genica, vedi articolo sotto)».
Diverso è il discorso delle malattie complesse (determinate, cioè, da più geni, come il diabete, l’obesità, le malattie cardiovascolari e della possibilità di predirne il rischio attraverso l’analisi dei geni con i test genetici: è questa la medicina predittiva (vedi articolo a fianco).
Altre due ricadute del Progetto Genoma: l’impatto dell’analisi genetica sulla prognosi della malattia (i maggiori progressi si sono fatti in oncologia) e sulla terapia, intesa come possibilità di scegliere il farmaco più adatto in base alla carta di identità genetica del paziente (un esempio è l’utilizzo di farmaci anti-Aids) o addirittura in base alla carta di identità della malattia (anche qui le novità più importanti riguardano i tumori le cui cellule hanno geni alterati rispetto a quelli di una cellula normale).
«Parliamo di prognosi dei tumori — dice Paolo Vezzoni —. Prendiamo il cancro al seno: ci sono pazienti che hanno una ricaduta dopo due anni, altri che ce l’hanno dopo 20. Trent’anni fa si studiavano i recettori ormonali e, in base alla loro presenza, si stabiliva la prognosi. Adesso si va a cercare il gene "neu": se è amplificato (cioè fa un "superlavoro") nelle cellule tumorali, la prognosi è peggiore».
Penultima "evoluzione" del Progetto Genoma: l’epigenetica, la possibilità cioè di capire come il lavoro dei geni viene condizionato da fattori esterni al Dna, soprattutto ambientali, che agiscono attraverso processi chimici, come la metilazione.
«Oggi — dice Giuseppe Novelli, genetista all’Università Tor Vergata di Roma — abbiamo la possibilità di controllare, attraverso farmaci innovativi, certe condizioni di ritardo mentale legate alla metilazione di alcuni geni».
L’ultima, è, come si diceva all’inizio, l’esame "personalizzato".
Adriana Bazzi