Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 30/10/2011, 30 ottobre 2011
RITIRI ANTICIPATI. O CONTI NON TORNANO - A
proposito di Inps in rosso e pensioni di anzianità, il lettore Andrea Del Monte ci ha inviato la seguente mail: «Quando ho perso il lavoro, dopo 32 anni di contributi, non ho potuto usufruire di mobilità o altro e per di più ho speso la liquidazione e buona parte dei risparmi per versare i 3 anni di contributi volontari, che mi permetterebbero di raggiungere a gennaio p.v. quota 96 (35 anni di contributi e 61 di età, ndr.). E così finalmente, dal marzo 2013 (bisogna aspettare la finestra, ndr.), a 62 anni suonati anch’io potrò tornare ad avere un reddito. Ora lei auspica che la mia famiglia allunghi la carestia di qualche altro annetto, tanto che ne sa lei di come si campa vivendo giorno per giorno, peggio che precari, perché i sessantenni nemmeno li considerano per un posto di lavoro. Perché manipolate l’opinione pubblica verso soluzioni così drammatiche per tante famiglie, diffondendo informazioni di parte o incomplete? Perché insistete a dire che le pensioni di anzianità sono un’anomalia italiana quando anche in Germania e Scandinavia esistono i ritiri anticipati?».
Il signor Del Monte richiama una questione misconosciuta: la disoccupazione sul finire della vita lavorativa. Un fenomeno drammatico che segnala i limiti delle imprese e l’irrazionalità del welfare italiano: le une non sanno impiegare gli anziani, l’altro usa i prepensionamenti e le pensioni di anzianità al posto di decenti sussidi di disoccupazione legati a politiche di reinserimento al lavoro.
I grandi numeri sono questi: a pensioni e indennità di disoccupazione l’Italia dedica il 18,7% del Pil contro il 16,5% della Germania, il 18,5% della Francia, il 18% della Svezia e il 18,3% della Danimarca. Negli altri Paesi non esiste il Tfr, che vale l’1,6% del Pil ed entra in questi conteggi ma è salario differito altrove corrisposto subito in busta paga. L’Italia dedica ai sussidi di disoccupazione solo mezzo punto di Pil, un terzo rispetto agli altri Paesi. Ma quando si invoca, e non a torto, la flexsecurity alla danese, bisognerebbe inserirla nel complesso della spesa sociale che in Danimarca è pari al 28,8% del Pil mentre in Italia, Tfr compreso, è al 26,6%. Un punto di Pil vale 16 miliardi, ciascuno si faccia i suoi conti.
Quando cita Germania e Scandinavia, il signor Del Monte ha ragione, ma dimentica che in Germania i ritiri anticipati scontano una penalità dello 0,3% per ogni mese, che si cumula nel 3,6% per ogni anno. In Finlandia il disincentivo è il doppio. In Svezia, dove peraltro fioriscono le invalidità, è del 6% per ogni anno. In Italia le pensioni di anzianità non hanno penalità di sorta.
Bene finché i conti tornano, ma quando il salario dei giovani oscilla tra gli 800 e i 1200 euro e i nuovi trattamenti di anzianità sono mediamente di 1600 euro con una permanenza in pensione raddoppiata rispetto a 30-40 anni fa, il problema c’è. E, avendo cura di proteggere chi fa davvero lavori pesanti o si trova nella situazione del signor Del Monte, va affrontato.
Massimo Mucchetti