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 2011  ottobre 30 Domenica calendario

LA CONQUISTA DELL’ETIOPIA VISTA DA UNO SCRITTORE INGLESE

Mi permetto di segnalarle il libro «Waugh in Abissinia» (ed. Sellerio) ove il giornalista britannico Evelyn Waugh così scrive: «Ho visto per la prima volta nella storia del colonialismo bianchi (italiani) e neri lavorare spalla a spalla».
Italo Basso
bredaluciana@libero.it
Caro Basso, Evelyn Waugh fu solo occasionalmente giornalista. I suoi romanzi, fra cui molti ritornati in libreria in questi ultimi anni, formano ancora oggi uno dei più affascinanti capitoli della storia letteraria inglese del Novecento. Nella vita pubblica del suo Paese, soprattutto fra gli anni Trenta e Cinquanta, fu un cinico ed elegante «bastian contrario». Divenne cattolico (fu convertito dai gesuiti) per una sorta di snobismo religioso simile a quello di un grande critico d’arte, Bernard Berenson, e di altri esteti che furono sedotti dall’autocrazia papale e dagli splendori dei riti romani. Fu elitario e colonialista perché il pacifismo e l’anticolonialismo della società britannica dopo la Grande guerra dovettero sembrargli retorici, banali e plebei. Dopo la sollevazione dei generali spagnoli nel 1936, non nascose mai le sue simpatie per Franco, osteggiò la politica del suo governo verso i partigiani comunisti di Tito durante la Seconda guerra mondiale, disapprovò le innovazioni liturgiche del Concilio Vaticano II e morì nella Pasqua del 1966 dopo avere ascoltato la messa secondo l’antico rito.
Il Daily Mail lo mandò in Abissinia nel 1935 perché le sue corrispondenze da Addis Abeba, cinque anni prima, in occasione dell’incoronazione di ras Tafari, assurto al trono imperiale del Leone di Giuda con il nome di Hailé Selassié I, avevano avuto successo. Quando ritornò ad Addis Abeba dopo la fine delle operazioni militari, conobbe Graziani, descrisse l’entusiasmo e l’umanità dei soldati italiani, scoprì un gruppo di volontari italo-americani che parlavano tra loro in inglese. Lo colpì particolarmente la straordinaria rapidità con cui gli italiani, mentre ancora duravano le operazioni, si erano messi a costruire una grande strada camionale da Massaua verso l’interno e lavoravano instancabilmente «sulle calcagna» delle forze combattenti. Gli piacque soprattutto che non si comportassero da «bianchi» e non interpretassero la vittoria come il diritto di far lavorare gli altri. Sostenne che praticavano un colonialismo di tipo nuovo, completamente diverso da quello delle grandi potenze imperiali. Nell’Inghilterra che deplorava la conquista dell’Etiopia e che sostenne le sanzioni inflitte all’Italia dalla Società delle nazioni, quella di Waugh fu certamente una voce contro corrente. Ma è opportuno ricordare, caro Basso, che lo scrittore non era più in Etiopia nel febbraio del 1937 quando un attentato, da cui Graziani uscì gravemente ferito, scatenò una dura repressione italiana e l’inizio di una resistenza destinata a durare sino alla fine della nostra amministrazione coloniale.
Sergio Romano