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 2011  ottobre 30 Domenica calendario

CACCIA AL MAXI GIACIMENTO. IN AFRICA L’ENI PESCA IL JOLLY —

Dal pozzo perforato nel 1944 a Caviaga, in provincia di Lodi, a quello al largo della costa del Mozambico. Ci sono 67 anni tra il primo giacimento dell’Agip e l’ultimo ritrovamento africano. Anche Caviaga, a suo modo, fu un «giant»: vi si trovavano 12 miliardi di metri cubi di gas. Ma la scoperta del Mozambico, che si chiama «Mamba sud» e prende il nome da uno dei rettili più velenosi del mondo, è la più grande mai scovata dagli uomini del Cane a sei zampe. Vale all’incirca 640 miliardi di metri cubi di gas, cioè otto anni di consumi italiani, e il 70% sarà di proprietà italiana. Logico quindi che tra Metanopoli, Londra e Roma i vertici del Cane a sei zampe siano parecchio soddisfatti. Soprattutto in un anno travagliato e per certi versi un po’ deprimente, visto che a causa dello stop in Libia la produzione del gruppo scenderà da circa 1,8 a poco più di 1,6 milioni di barili al giorno.
Soddisfatto è, ovviamente, anche Claudio Descalzi, il direttore generale dell’«Exploration & production» che confida, per di più, di poter chiudere in fretta anche il dossier libico. Persino in anticipo sulla tabella di marcia: nei prossimi giorni, o addirittura nelle prossime ore, il gas della piattaforma di Sabratha tornerà a riempire il Greenstream, riavviato ai minimi (3-4 milioni di metri cubi al giorno) il 13 ottobre scorso. Entro due-tre settimane si spingeranno nel tubo verso la Sicilia altri 10-14 milioni di metri cubi al giorno, riportando il gasdotto al 70-80% della sua capacità «normale». «Uno sforzo tremendo — commenta Descalzi — qualcosa che assomiglia molto a un miracolo, che si deve anche ai buoni rapporti con i nostri partner libici».
Caso Greenstream a parte, l’oilman Eni rivendica altri motivi di gratificazione. «Il Mozambico — dice — non è un’anomalia nella strategia di esplorazione che abbiamo avviato negli ultimi 3-4 anni». L’urgenza di incrementare produzione e riserve, spiega, ha fatto sì che la quota di investimenti ripartita tra progetti a «alto rischio» e più «convenzionali» sia passata da 50/50 a 30/70. Da una parte, quindi, l’Eni si è lanciata su operazioni dal ritorno produttivo più sicuro e immediato. Ma dall’altra è riuscita a pescare dal mazzo delle operazioni più difficili un «jolly» come il Mozambico. «Lì oltre alle competenze ci vuole anche un po’ di fortuna — ammette Descalzi — sebbene i fatti dicano che nell’ultimo triennio abbiamo trovato un miliardo di barili di petrolio "nuovi" ogni anno. A un costo per ogni barile di 1,5-1,9 dollari contro i 2,5-3 dei nostri concorrenti». Come le altre «major» (a fine 2010 l’Eni era a tutti gli effetti la «settima sorella» dopo Exxon, Bp, Shell, Chevron, Total e ConocoPhillips) anche il Cane a sei zampe deve contrastare ogni giorno l’esaurimento delle proprie riserve, uno dei numeri «magici» che influenzano i mercati. Nel 2013, sulla base di un prezzo del barile a 70 dollari, Descalzi ha però confermato anche di recente che la fatidica soglia di 2 milioni di barili prodotti ogni giorno, annunciata a più riprese dal 2005 in poi e mai raggiunta, dovrebbe essere finalmente acciuffata. A dieci anni da oggi si dovrebbe arrivare a quota 2,3 milioni, un po’ meno del Venezuela per intendersi. Molto dipenderà dal prezzo del barile, che per Descalzi nel breve periodo si muoverà in un intervallo tra 80 e 110 dollari.
Nuove scoperte da sviluppare e prezzi alti del petrolio: condizioni che di certo non favoriscono piani di «merger and acquisition». E così sarà verosimilmente per il Cane a sei zampe, che una volta alleggerito del Kashagan (che rimane il campo maggiore dove l’Eni è presente, anche se non è una sua scoperta) resterà comunque con parecchio lavoro da fare, ad esempio in Iraq, dove in sei anni la produzione dovrà quasi quintuplicare. «Non ci rimane altro che fare il nostro mestiere», conclude Descalzi. Con un piede ben piantato anche nello «shale gas», il gas non convenzionale che ha rivoluzionato il mercato Usa. La prossima Caviaga, o il prossimo Mamba, potrebbe trovarsi tra Polonia, Ucraina, Pakistan o Cina.
Stefano Agnoli