Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  ottobre 30 Domenica calendario

2 articoli – KABUL, LA STRAGE DEGLI AMERICANI - È stato l’attacco più mortale contro gli Usa e la Nato a Kabul in tutta la guerra, dalla fine del 2001: 13 americani sono stati uccisi sulla Darulaman Road, una delle arterie più larghe e trafficate della città, a bordo di un bus blindato, detto «Rhino»

2 articoli – KABUL, LA STRAGE DEGLI AMERICANI - È stato l’attacco più mortale contro gli Usa e la Nato a Kabul in tutta la guerra, dalla fine del 2001: 13 americani sono stati uccisi sulla Darulaman Road, una delle arterie più larghe e trafficate della città, a bordo di un bus blindato, detto «Rhino». In serata, mentre fonti americane ufficiose confermavano il macabro conteggio dei morti statunitensi, precisando che cinque erano militari e otto contractor civili, il comando canadese a Kabul dichiarava che anche un loro militare era deceduto. La dinamica dell’attentato è invece chiara: per far saltare il «rinoceronte» i talebani hanno usato una carica potentissima. Secondo un loro portavoce, che ha subito rivendicato l’azione, il «martire Abdul Rahman» guidava un furgone con 700 chili d’esplosivo. Quattro afghani, un poliziotto e tre civili tra cui due studenti, sono morti nel terribile scoppio, schiacciati dal blindato che l’esplosione ha spostato di metri, rimasto poi annerito e semidistrutto sulla via che porta al grande palazzo reale in stile neoclassico, ora in rovina, e al museo nazionale riaperto nel 2004. Sempre ieri altri tre militari Nato, australiani, sono stati uccisi nel Sud da una recluta afghana che addestravano, per motivi non chiari, mentre nella provincia orientale di Kunar una kamikaze è stata uccisa prima che compisse una strage: sotto il burqa era carica di esplosivo. Ma è soprattutto l’attacco a Kabul che spaventa: non solo per il numero dei morti, che ieri sono ufficialmente saliti tra le forze Nato e della missione Usa Enduring Freedom a 2.719 dal 2001 (con un drammatico aumento dal 2009 e un picco nel 2010). La strage preoccupa per il chiaro segnale che manda dopo un periodo di relativa calma a Kabul, dove proprio ieri era in corso un incontro ad alto livello tra Nato e forze afghane per discutere la seconda fase del passaggio ai locali della responsabilità militare e della sicurezza in 17 delle 34 province. L’attacco mina inoltre le speranze di «dialogo» tra la coalizione e il presidente Hamid Karzai con i talebani, e crea ulteriore tensione tra la coalizione e il leader afghano, che ieri ha avuto parole di cordoglio solo per le vittime del suo Paese, senza nemmeno citare gli americani. Il tentativo di arrivare politicamente a una pacificazione del Paese in vista del ritiro di tutte le forze da combattimento straniere entro il 2015 sembra sempre più una missione impossibile. Cecilia Zecchinelli LA LUNGA MANO DEL PAKISTAN DIETRO AL RICATTO DEL TERRORE — Sono tenaci. Capaci di adattare le loro tattiche. Picchiano come fabbri, poi lasciano intravedere spiragli di negoziati. E godono delle simpatie interessate dei pachistani. La loro strategia è semplice: tenere il più possibile, visto che alla fine la Nato se ne dovrà andare. La strage di Kabul sintetizza i dieci anni della guerra più lunga. Un’autobomba impressionante — quasi 700 chili di esplosivo —, un veicolo blindato che nulla può contro il kamikaze, un attacco nella capitale, perdite pesanti. L’ultimo rapporto uscito dal Pentagono, pur sottolineando i successi registrati in alcuni parti dell’Afghanistan, avverte che la situazione rimane instabile anche per colpa delle trame pachistane e della debolezza del governo Karzai. Le forze locali appaiono incapaci di affrontare la sfida: su 218 battaglioni di polizia neppure uno può agire da solo; su 204 battaglioni dell’esercito afghano solo uno è in grado di operare in modo autonomo. Gli sforzi degli alleati — Italia compresa — nell’addestramento dei reparti afghani non ha ancora colmato il divario. È ovvio che non dipende dagli istruttori ma dalla volontà dei locali. Lo rivela un dato. Soltanto a giugno hanno disertato 5 mila soldati afghani. Fughe che accompagnano un altro fenomeno in crescita, quello dei militari che sparano sui soldati Nato: ieri sono stati uccisi tre australiani. Tutti si chiedono — conoscendo già la risposta — cosa accadrà man mano che le province passeranno sotto il controllo delle autorità afghane. Il quadro precario favorisce i talebani e i gruppi affini. Dimostrando grande pragmatismo, gli insorti si sono adeguati al momento. Sul piano strettamente militare hanno continuato a evitare lo scontro diretto. Non potrebbero sostenerlo, vista la disparità di volume di fuoco. E allora si sono affidati alla loro arma migliore. Gli esplosivi. Il 90 per cento delle perdite Nato (e dei civili) è da attribuire agli ordigni improvvisati, in gergo Ied. Ancora un numero: da giugno ad agosto sono state scoperte o individuate 5.088 bombe. L’80 per cento realizzate con il fertilizzante contrabbandato dal vicino Pakistan. Basta allungare a un camionista l’equivalente di 20 dollari e lui ne porta sacchi a volontà. Per rispondere alla minaccia, la Nato ha migliorato tecniche e mezzi. I talebani hanno allora aumentato le quantità sventrando i corazzati o spazzando via le pattuglie appiedate. Insieme agli attacchi dinamitardi, gli insorti hanno sferrato colpi a sorpresa nei centri abitati. Una specialità del network Haqqani. Il gruppo, che ha i suoi rifugi in Pakistan e gode di protezioni all’interno dell’Isi, il servizio segreto pachistano, è una lancia letale formata da militanti tradizionali, qaedisti e volontari stranieri. I mujahedin, con le missioni sacrificali nel centro di Kabul, hanno dimostrato di poter agire in aree ben protette. Obiettivi che si possono conseguire solo se gli uomini sono bene addestrati e si dispone di un apparato di intelligence efficace. Interessante anche il modus operandi nelle azioni suicide. In diverse occasioni l’esplosivo era nascosto nel turbante oppure sotto il burqa. Travestimenti usati per compiere alcuni omicidi mirati, come quello che è costato la vita all’ex presidente Rabbani, che indeboliscono le fragili istituzioni afghane. La pressione terroristica è legata all’obiettivo di arrivare a un negoziato che riconosca ai ribelli un ruolo preminente. La Nato, due anni fa, aveva suggerito di parlare con «i piccoli talebani» o «talebani buoni». Con il tempo, l’alleanza ha allargato lo scenario ai «cattivi», quelli che siedono nel consiglio di Quetta insieme all’imprendibile mullah Omar. E ci sono stati colloqui in territorio neutrale, dal Golfo Persico alla Germania. Un filo che ha poi portato a contatti persino con gli Haqqani, dunque con il nemico peggiore. Situazioni ambigue, dove è facile giocare su più tavoli. L’assassinio di Rabbani, negoziatore principe, ne è la prova. La resistenza dei mullah, però, non sarebbe possibile senza la sponda del Pakistan, vero arbitro della crisi. Nelle 158 pagine del rapporto del Pentagono si insiste come i santuari nell’area tribale siano fondamentali per la guerriglia: rappresentano — si dice — la minaccia più grave alla missione Isaf. Dai loro nascondigli i leader impartiscono ordini ai gruppi attivi in Afghanistan e, nel contempo, organizzano spedizioni di gruppi di fuoco che violano il confine. C’è in sostanza una direzione strategica — ospitata nelle città pachistane — che lavora in tandem con strutture ombra in ogni provincia dell’Afghanistan. Sotto di loro degli operativi minori che gestiscono gli uomini a livello tattico. Parliamo di una leadership «leggera» e decentralizzata che però funziona. Una realtà contro la quale Washington ha impiegato, in modo massiccio, i droni e gli avvertimenti verbali. Il Pakistan ha risposto facendo muro e trovando comprensione persino nel presidente afghano Karzai. L’uomo che sta in piedi grazie agli alleati si è forse convinto — anche lui — che le chiavi del conflitto sono custodite a Islamabad. E qualsiasi soluzione dovrà tenere conto degli interessi pachistani. Guido Olimpio