Antonio Polito, Corriere della Sera 30/10/2011, 30 ottobre 2011
IL GIORNO DEL BIG BANG - E
Big Bang fu. Il Pd sta davvero esplodendo. Dopo la settimana dei TQ (Trenta-Quarantenni) e il documento dei T (Trentenni), è arrivato il sabato del Q (Quanto si odiano). Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani si sono ieri reciprocamente mandati a quel paese.
E, data la tenera età del sindaco rottamatore, non poteva che essere il paese dei balocchi, dove Bersani vorrebbe sbattere i giovani che «scalciano per farsi strada» e dove Renzi non vuole andare perché — parole sue — «io non sono un asino».
In attesa di accertare chi abbia ragione su questo delicato punto politico, bisogna spiegare perché scoppi una rissa di queste proporzioni nel partito che i sondaggi danno in testa, e per giunta nel pieno di un dramma nazionale ed europeo che dovrebbe consigliare al Pd modi più proficui di occupare il proprio tempo. La prima spiegazione è che la sinistra italiana non è mai così ebbra di litigi come quando sente aria di vittoria. E infatti ieri non solo Bersani s’è scagliato (ovviamente senza mai nominarlo) contro Renzi. Ma anche Vendola è accorso a dargli man forte, bollando il ragazzino molesto con il marchio infamante di «liberista». E De Magistris non ha mancato di prendere le distanze a sua volta, perché non sia mai che uno che «scassa» come lui si faccia scavalcare da uno che «rottama» soltanto. Può stare tranquillo Alessandro Baricco, che parlando al convegno di Firenze ha esortato la nuova sinistra a «non aver paura di perdere»: se ne avranno l’opportunità, non esiteranno.
Il fatto è — ed ecco la seconda spiegazione della furia dello scontro — che Renzi apre il vaso di Pandora delle ambizioni di tutti coloro che sognano di diventare il candidato premier del centrosinistra. Bersani si era accordato con Vendola per una piacevole gara a due, che il segretario del Pd contava di vincere senza spargimenti di sangue. Ma se Renzi apre le porte ad altre e magari numerose candidature di provenienza democratica, Bersani rischia seriamente di perdere le sue primarie a vantaggio di Vendola. Per questo il segretario sembra pensare a un qualche meccanismo di eliminatoria interna pre-primarie per evitare la ressa. Gioco pericoloso: rischiamo così di rivedere, con altri protagonisti, lo storico scisma di Veltroni che vince tra i militanti e D’Alema che lo scavalca nel voto dei dirigenti, origine di una rivalità infinita e letale per la sinistra italiana.
La kermesse di Firenze ha perciò ottenuto il suo obiettivo politico: costruire la candidatura di Renzi quasi in contrapposizione al Pd ufficiale, il cui simbolo non compariva nella sala ma che era evocato sotto forma di dinosauri disegnati alle pareti. Eppure non è sembrata in grado di segnare quel passaggio dalla provocazione alla proposta che Renzi aveva annunciato. Non sarà facile per lui oggi tirare fuori dal mare di parole ascoltate le cento proposte per l’Italia promesse. L’uomo si conferma un ottimo showman, no Renzi no party. Ma è chiamato a dare almeno qualche indizio del suo peso politico.
Un effetto però il giovane sindaco l’ha prodotto: da oggi Bersani non dovrà più preoccuparsi soltanto di non avere nemici a sinistra, finendo così per inseguirli annacquando un po’ alla volta il suo passato riformista. Ora sa che ha anche un concorrente a destra. È un bene per il Pd. Ma forse è anche la condanna di Renzi, almeno finché gioca nel campo tradizionale degli elettori di sinistra, i quali non gli perdoneranno mai di aver preso un caffè con Berlusconi, per giunta a casa sua. D’altra parte, non sono sicuro che Tony Blair sarebbe mai diventato leader del Labour se ci fossero state le primarie.
Antonio Polito