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 2011  ottobre 30 Domenica calendario

IL PIANO DI PIER LUIGI PER LE PRIMARIE. UN SOLO CANDIDATO SCELTO DAL PARTITO —

«Il Big Bang c’è già stato, ma lo ha fatto Bersani»: non è l’amore per il paradosso che spinge Beppe Fioroni a parlare così. Il leader degli ex popolari del Pd è preoccupato: «Il segretario, annunciando una road map che prevede l’alleanza stretta con Di Pietro e Vendola, dà l’addio a ogni ipotesi di alleanza con il terzo polo. E dicendo che non deve essere necessariamente lui il candidato del Pd alla premiership del centrosinistra apre il cantiere della torre di Babele. Che succederà ora? Si candideranno Renzi, Civati, Bindi, e poi chissà chi altro? Un caos. Fermiamoci: non facciamoci del male. Il mio è un appello a tutti quelli che ci stanno facendo un pensierino: candidatevi se proprio vi scappa, ma evitiamo l’autolesionismo».
Fioroni è preoccupato sul serio: teme l’esplosione del suo partito, già abbondantemente diviso e lacerato. Ma la road map di Bersani non è solo quella che il segretario ha esposto pubblicamente in un’intervista al Messaggero, lasciando intendere che vi saranno più candidati del Pd alle primarie. Quello è stato un ballon d’essai per testare le reazioni del partito. E in questo senso la presa di posizione di Fioroni non lascia spazio ai dubbi. Il vero obiettivo del segretario, però, è un altro: disinnescare Renzi, senza far mostra di temerlo o di voler tarpare le ali alla dialettica interna o, peggio, al dibattito che si è aperto in seno all’elettorato non militante del centrosinistra.
L’idea di andare con più candidati del Pd alle primarie non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di Bersani. Non è questo che ha in mente. Anzi. Quando il leader dei «Democrats» ha spiegato che non si attaccherà allo statuto, che non seguirà la regola secondo cui il candidato del partito alle primarie è automaticamente il segretario, Bersani non intendeva aprire le porte a tutti. La sua road map è un’altra. L’ha spiegata così ai fedelissimi: «Non penso assolutamente di andare a un voto dove da una parte ci sono Di Pietro e Vendola, e dall’altra dieci candidati nostri. Sarebbe un suicidio per il partito». Anche perché (ma questo Bersani non lo ha detto esplicitamente), dividendosi, si correrebbe il rischio di regalare la vittoria a Vendola. «Quello che io dico — è stato il ragionamento del segretario — è che sarà il Pd, con i suoi organismi dirigenti, a scegliere chi si presenterà alle primarie. Non mi faccio scudo dello statuto, ma mi presto al voto della Direzione e anche a quello dell’Assemblea Nazionale. Se decideranno che è meglio che non sia io il candidato, certo non ne farò una questione personale».
Insomma, il piano di Bersani è quello di delegare la scelta al partito. Il quale partito, è ovvio, sceglierà lui, visto che nell’apparato Renzi non ha grande influenza: viene sopportato nel migliore dei casi, quando non è odiato o temuto. Basterà questo a bloccare il sindaco di Firenze? Non è affatto detto. Anche Renzi ha una sua road map: dopo la Leopolda scriverà un altro libro, e andrà in giro per l’Italia a presentarlo. La sua sarà, di fatto, una campagna elettorale, anche se il primo cittadino del capoluogo toscano non ha ancora deciso se gli servirà per scendere in pista, o solo per rimanerci, aspettando di capire quale sarà l’evoluzione della situazione politica italiana.
Ma la domanda è questa: se Renzi dichiarerà pubblicamente che intende partecipare alla gara per la leadership, riuscirà Bersani a mantenere il suo piano e a evitare che si vada alle primarie, o l’onda d’urto di quell’iniziativa sarà tale da costringerlo a riscrivere il suo copione? Perché se Bersani non reggesse alla pressione si aprirebbero le cataratte: chi impedirebbe a Rosy Bindi di candidarsi? E chi fermerebbe Civati o Marino?
Nell’attesa, il partito si posiziona e si riposiziona. Le tante correnti, e i loro rivoli, si dividono in tre tronconi fondamentali. La «nuova destra» (la definizione, ovviamente è di comodo), dove c’è Renzi, ma ci sono anche i veltroniani e Gentiloni e Letta. Il loro leader futuribile e possibile è il sindaco di Firenze. La sinistra di stampo classico, di cui fanno parte i giovani turchi Fassina e Orfini. Il loro leader del futuro è Enrico Rossi. Poi c’è (poteva mancare in un partito che per due terzi è composto da ex pci?) quello che si potrebbe definire il centro berlingueriano, che media: sta a sinistra, ma sogna di diventare un partito socialdemocratico di stampo moderno. La particolarità è che a rappresentarlo non è, come sarebbe scontato, il segretario, ma Nicola Zingaretti. Già, il vero anti-Renzi è il presidente della Provincia di Roma.
Insomma, dire che la confusione è grande è un eufemismo. L’unica cosa certa sono le alleanze, almeno su questo si è raggiunto un punto fermo. Nel loro ultimo incontro Bersani e Casini si sono separati consensualmente e amichevolmente: se si andrà alle urne nel 2012 non ci sarà nessuna intesa elettorale con il terzo polo. Tornando al partito, è un quadro del Pd e per il Pd non certo confortante. Ma non è detto che le polemiche siano di nocumento al centrosinistra. Ne è convinto Paolo Gentiloni: «Grazie all’iniziativa di Renzi cominciamo finalmente a parlare di contenuti e a dividerci sulla politica. Non dobbiamo avere paura di questa contingenza, ma anzi dobbiamo prenderla come un’occasione».
Maria Teresa Meli