Valerio Cappelli, Corriere della Sera 29/10/2011, 29 ottobre 2011
IL TV IL REALITY- CHOC SULL’ULTIMO GIORNO DEI CONDANNATI A MORTE —
«Voglio solo vederti prima dell’esecuzione». Il dialogo tra padre e figlia si svolge attraverso il vetro divisorio. Parlano al citofono. Lei piange disperata, il padre è incatenato ai polsi e ai piedi e indossa il camice arancione dei condannati a morte. «Questo episodio l’ho visto e rivisto e ogni volta l’addio del padre alla figlia mi tocca nel profondo del cuore», dice Ding Yu. E poi, rivolta alla telecamera «Mezz’ora dopo, lei avrebbe avuto solo le ceneri di suo padre».
In Cina Ding Yu è una popolare giornalista televisiva, incarna la quintessenza della tv del dolore, una sorta di Maria De Filippi o Barbara d’Urso di Pechino. Da quattro anni conduce un programma che si intitola «Interviste prima delle esecuzioni». Il documentario ne ripropone una sintesi; si intitola Dead Men Talking e fa il verso al film con Sean Penn e Susan Sarandon. L’ha realizzato il regista australiano Robin Newell.
È un filmato che toglie il fiato, «è a metà strada tra il talk show e il reality — dice Mario Sesti che il 2 novembre lo ospita nella sezione Extra —, è la prima volta che immagini del genere si vedono in Occidente, abbiamo lavorato a lungo per riuscire ad averle. È una specie di diagramma della Cina attuale, dove da una parte permangono residui di pratiche medievali, dall’altra si assiste a un processo di mediatizzazione che trasforma tutto questo in un talk show simile a quelli delle società occidentali».
Il programma in Cina è seguito da 40 milioni di spettatori ed è uno dei tre più visti su una rete di 50 canali. Viene trasmesso in luoghi pubblici, nei bar ma anche nelle prigioni distrettuali. Il produttore ne rivendica il ruolo pedagogico, dice che «è una grande idea, sia commerciale che dal punto di vista della responsabilità sociale. Vogliamo che lo spettatore sia avvisato, in modo tale da evitare tante altre tragedie».
Nulla viene risparmiato, pianti, urla, l’ultimo incontro dei condannati con i parenti nel cortile della prigione prima che vengano caricati su camion militari scoperti che attraversano la città in fila indiana. I prigionieri restano in piedi, hanno un cartello sulla schiena che indica il crimine per cui saranno giustiziati, un monito per i cittadini che osservano la scena in silenzio, ai lati della strada.
Ding Yu prima di raggiungere il carcere, dove si svolgono le interviste, si imbelletta in automobile, poi si fa ritrarre nel weekend a casa mentre prepara le cene in famiglia, dispiaciuta perché la figlia non apprezza i suoi «spring rolls». Nelle interviste recita, si mette in posa, ha un tono compassionevole; ai condannati (è necessario il loro consenso per le interviste), che appaiono storditi o attoniti, chiede: «Ti rendi conto di quello che hai fatto? Non sei mica una bestia». Si fa raccontare i dettagli del delitto: «Quindi hai infilato il coltello dalla schiena?». Ancora: «Non vedo sufficienti ragioni per bruciare vivo tuo marito». Le condannate vengono fatte cantare in coro in prigione: «Dobbiamo essere di buon esempio, ripensare ai nostri errori...».
Ding Yu si vede come «una testimone che entra nelle loro menti prima che arrivi la morte. Non posso dimenticare certi momenti, non posso fare niente. Penso alle persone uccise per colpa loro. E mi fa sentire meglio».
Il 90 per cento dei crimini di cui si occupa riguardano tradimenti e rapine in cui c’è scappato il morto. Zhang Peng, 26 anni, voleva uccidere la nonna della sua ragazza nel sonno, facendo sciogliere del sonnifero nel té. Qualcosa non ha funzionato e ha ucciso sia lei che suo marito. «L’avevi escogitato bene il piano, eh, hai mai pensato a loro?», domanda la telegiornalista. Prima di piangere anche lei, rivolta alla telecamera: «Così giovani, non potranno più vedere il mondo, divertirsi, avere una famiglia».
La scena più straziante è quella del confronto tra i parenti delle vittime con i parenti dei condannati. In alcuni casi se c’è il perdono della famiglia la pena capitale viene commutata in ergastolo. I genitori del condannato si inginocchiano davanti al giudice invocando la clemenza della corte.
In Cina, ricorda la voce narrante, esistono 55 crimini, dal contrabbando all’omicidio, puniti con la pena di morte. Può avvenire in due modi: fucilazione o iniezione letale. I giustiziati sono oltre 3500 all’anno. Uno dei giudici interpellati dice che non sono ancora pronti per rinunciarvi. Le guardie armate prima di sparare si galvanizzano: «Siete pronti?», grida l’ufficiale.
All’epoca del documentario, Ding Yu aveva realizzato 208 puntate: «Io i condannati a morte li tratto come persone comuni. Con me sono calmi, si sentono sollevati, è come se avessero lasciato l’anima da qualche parte».
Valerio Cappelli