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 2011  ottobre 29 Sabato calendario

IL VOTO POLITICO DEI CATTOLICI LA STORIA DEL « NON EXPEDIT » - A

proposito del voto dei cattolici, rispondendo a un lettore, lei ha affermato che «Pio X allentò i vincoli del "non expedit" e permise la partecipazione degli elettori cattolici alle elezioni nazionali». Forse perché i miei studi sono ormai lontani, non ricordo più di che si trattava. Vuole spiegarmelo?
Saverio Rossetti
Milano
Caro Rossetti, «non expedit» è una espressione latina che significa «non conviene», «non è opportuno», e si riferisce al voto dei cattolici nelle elezioni politiche italiane dopo la costituzione dello Stato unitario. Nel 1863 un battagliero teologo, Don Giuseppe Margotti, esortò i fedeli, dalle colonne dell’Unità Cattolica, a non essere «né eletti né elettori». La Chiesa dette forma a quella raccomandazione e dal 1868 in poi — come ha scritto lo storico Alfredo Canavero — «la posizione della Chiesa fu quella di ribadire il “non expedit», specialmente all’approssimarsi di scadenze elettorali». Dopo la conquista di Roma, quella esortazione fu formalmente ribadita con un decreto della Sacra Penitenzieria. Con l’aiuto della Biblioteca Ambrosiana e degli Archivi vaticani sono andato alla ricerca del testo originale, ma non l’ho trovato e non escludo che si trattasse di una istruzione proclamata a voce e trasmessa al Paese dai pulpiti delle chiese. Ma il «non expedit» ha una interessante storia successiva che è stata ricostruita da Maria Franca Mellano in un libro intitolato «Cattolici e voto politico in Italia», pubblicato dall’editore Marietti nel 1982.
I primi ripensamenti della Chiesa cominciarono nel 1876, quando il governo della Destra, presieduto da Marco Minghetti, dovette dare le dimissioni e lasciare il posto alla Sinistra di Agostino Depretis. Roma era caduta da sei anni, le prospettive della restaurazione apparivano sempre più improbabili e la nuova classe politica sarebbe stata molto più anticlericale di quella che aveva governato l’Italia negli anni precedenti. Mentre si avvicinavano le elezioni politiche e si annunciava una legge che avrebbe aumentato il numero degli elettori, Pio IX dovette chiedersi se il «non expedit» fosse ancora utile alle sorti della Chiesa in un Paese sempre più potenzialmente ostile. Come ricorda Maria Franca Mellano, il Papa dette incarico a monsignor Nina, segretario della Suprema Sacra Congregazione, di «suggerire innanzitutto agli organi della stampa cattolica di gradualmente modificare il loro linguaggio onde passo per passo abituare l’opinione pubblica all’idea che il mentovato concorso (al voto, ndr) non era in sé in nessun caso illecito e cambiandosi le circostanze poteva eziandio riuscire opportuno». Ma nei giorni seguenti accadde qualcosa (un imprecisato «incidente») che indusse Pio IX a sospendere la sua iniziativa.
Le riflessioni ricominciarono dopo la sua morte, agli inizi del pontificato di Leone XIII. Fu deciso ancora una volta di avviare una cauta discussione sulla stampa cattolica e la persona scelta per orchestrarla fu il brillante giornalista teologo Don Giacomo Margotti che quindici anni prima aveva coniato l’espressione «né eletti né elettori». Nel frattempo il predecessore del «non expedit» aveva cambiato opinione, e si buttò quindi nell’impresa con entusiasmo; troppo forse per tutti coloro che nell’ambito della Chiesa non avevano rinunciato a sperare nella dissoluzione dello Stato Italiano. Leone XIII giunse alla conclusione che i tempi non erano maturi e lasciò al suo successore, Pio X, il compito di modificare la linea della Chiesa.
Sergio Romano