Salvatore Bragantini, Corriere della Sera 29/10/2011, 29 ottobre 2011
QUELL’ACCORDO EUROPEO CHE PUNISCE (SOPRATTUTTO) IL CREDITO ITALIANO
Non sono i debiti degli Stati a causare la crisi ma viceversa. I debiti infatti prima del suo inizio erano bassi (a parte Italia e Grecia). È vero, non si capisce perché Berlino voglia il pareggio di bilancio in tempi simili, ma l’ incendio che divampa a Roma e ad Atene va fermato a tutti i costi ora. Al sistema ideale penseremo con calma dopo. I politici, cui spetta il compito, lo sfuggono, tentando di scaricarne il peso su chi invece il proprio lo porta.
Il pacchetto deciso a Bruxelles il 26 ottobre prevede un taglio del 50% al debito greco, un (vago) aumento del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) e la ricapitalizzazione delle banche per 106 miliardi (di cui circa 40 legati alle perdite di valore dei titoli di Stato). Per l’ Italia, sono 15 miliardi, per circa due terzi dovuti ai titoli di Stato in portafoglio. I denari verranno dagli azionisti e, se necessario, dagli Stati, gli stessi la cui gracilità rende necessari gli aumenti di capitale. Come extrema ratio c’ è sempre l’ Efsf; avete indovinato chi deve finanziarla, gli stessi Stati. Vi sembra assurdo? Non preoccupatevi, lo è.
Grandi temi politici sono ormai appesi a decisione tecniche astruse per la più parte dei cittadini, come questa. Solo alle banche greche e spagnole manca più capitale che alle nostre. A quelle francesi servono 6 miliardi in meno che alle italiane, perché hanno meno perdite sui titoli di Stato, proprio per 6 miliardi. Parigi, lo meriti o no, ha la tripla A, a differenza di Roma. Il peso della nostra inaffidabilità lo portano anche le nostre banche e le imprese che finanziano; esse pagano interessi ben più alti di quelli gravanti sulle omologhe francesi o tedesche.
Il nuovo parametro l’ ha fissato la European Banking Authority (Eba), la cui decisione ha suscitato da noi aspre critiche. Ma l’ Eba ha solo fatto, a differenza di altri, il proprio dovere riconoscendo - semmai in ritardo - la realtà. Dexia è crollata quando in estate il mercato le ha chiuso i fondi, avendo capito che la perdita sui suoi titoli di Stato - ancora portati al nominale negli stress test Eba - ne avrebbe polverizzato il patrimonio. Il mercato ha capito che le banche europee hanno un vero, urgente problema; l’ anno prossimo devono trovare 800 miliardi di finanziamenti per rimborsarne altrettanti. L’ Eba non può opporsi alla marea. C’ è sì il rischio che le banche quadrino il cerchio chiudendo il credito a imprese e famiglie, ma lavorando sui prestiti «ibridi» (come quelli di Mps e Unicredit) servirà meno denaro fresco.
È brutto che tanti trader, ignari di cosa siano il Foro o l’ Acropoli, aggravino i nostri oneri per interessi, ma così è il mondo reale; non è quello in cui vive chi crede sia ancora vivo un governo che ormai aspetta, come ha scritto ieri sul Corriere Michele Ainis, solo l’ autopsia. Potrà mai questo corpo esanime balzar su e fare in 18 mesi, come promesso in 17 pagine, quanto non ha fatto in 42 mesi di salute passabile?
Va sciolto il nodo del debito sovrano; spetta ai politici farlo. Parte della soluzione dovrà venire, certo, da una maggior integrazione politica e dal ruolo di prestatore di ultima istanza che un giorno cadrà sulla Bce (ne scriveva sempre ieri sul Corriere Lucrezia Reichlin). Non si può però pensare che tali mutamenti possano precedere il risanamento dei conti e il rilancio dello sviluppo. Così come folle sarebbe la «brinkmanship», la politica dei giocatori d’ azzardo, di chi pensasse che Berlino soccorrerà comunque un’ Italia troppo grande per fallire. Lungi dal cavarci le castagne del fuoco, essa potrebbe presto imporci di chiamare a contribuzione le ricchezze private, tanto esibite come contraltare al debito pubblico. Abbiamo irriso Bruxelles, ora ci sorbiamo le delizie del metodo intergovernativo (e perfino Londra chiede più spazio per la Commissione!). Secondo un recente studio Ubs il 9,5% delle nostre entrate va a servizio del debito, meno del 14% greco, ma più di tutti gli altri nell’ eurozona, e di Usa e Regno Unito. E ieri all’ asta dei Btp decennali la Repubblica Italiana paga, per la prima volta, più del 6%! La Bce non è intervenuta. Il Paese deve scrollarsi di dosso questa tassa ingiusta. Anche se Berlusconi e Bossi pensano ad altro, resta sullo sfondo il malessere sociale che purtroppo tornerà presto a farsi vivo. L’ Europa aperta e solidale che s’ è formata dopo il ’ 45 cederà il passo a un continente diverso. Inizia una mutazione il cui esito nessuno può immaginare; potremmo avere, in positivo, più integrazione politico-fiscale e maggior controllo reciproco o, in negativo, la fine dell’ Unione con la regressione dell’ Europa agli Stati nazione, gelosi della loro insignificante sovranità. Nel ’ 20 vivremo in un’ Europa che avrà subìto cambiamenti quali potrebbe averne prodotti una guerra. Dovrebbe ragionare così chi gestisce la crisi; come fossimo all’ inizio di una guerra. In un certo senso già ci siamo.
Salvatore Bragantini