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 2011  ottobre 31 Lunedì calendario

Così Marcel Proust scoprì il passato in pieno futurismo - La più bella opera che io abbia letto di recente non è un’opera e non è recente, anche se è usci­ta da poco

Così Marcel Proust scoprì il passato in pieno futurismo - La più bella opera che io abbia letto di recente non è un’opera e non è recente, anche se è usci­ta da poco. È un mosaico di fram­menti staccati da un edificio vec­chio di un secolo. Il palazzo in que­stione, di sette piani, è Alla ricerca del tempo perduto . La raccolta di schegge ha assunto invece il nome di Breviario proustiano , curato da Patrizia Valduga e ispirato da Gio­vanni Raboni (Einaudi, pagg. 238, euro 18,50). È sorprendente come un’antologia di passi estrapolati dalla Recherche- scritta tra il 1909 e il 1922, pubblicata in 7 volumi tra il 1913 e il 1927 - viva egregiamente di vita propria. Non lessi da ragaz­zo la Ricerca , ma alla stessa età in cui Proust l’aveva concepita.Si ve­de che c’è un giro di boa della vita in cui il bisogno di leggerla coinci­de col bisogno di scriverla. Le riflessioni proustiane erano perdute negli scaffali della Recher­che , e la Valduga le restituisce, luci­de e perfette, viventi di vita autono­ma, fuori dall’edificio paterno da cui provengono. Breviario prezio­so soprattutto per chi predilige l’aforisma e il pensar breve, è d’in­dole e formazione più filosofica che letteraria, e lascia cadere lo stucco per puntare al succo; ossia nella prosa cerca il saggio, nello sti­le ricerca il pensiero, e dietro il nin­nolo l’idea. Marcel Proust ha percorso con­tromano il ’900, guardando nello specchietto retrovisore. È andato incontro all’800, lo ha rianimato nel pieno fervore modernista e fu­turista del suo tempo. Fuori infu­riava il futuro, splendeva il Sol del­­l’Avvenire, si cantava la bellezza della macchina e della velocità. Ma dentro la sua stanza foderata di sughero non arrivavano gli spasmi della modernità, il viaggio si com­piva nella mente innamorata, in­sieme a una straordinaria rivolu­zione, in senso astronomico. La no­stalgia era nata come sentimento doloroso di una lontananza da ca­sa o dai luoghi cari, così era stata de­finita da medici e letterati; con Proust traslocava dallo spazio al tempo e si faceva nostalgia del tem­po perduto. Non che prima di Proust non vi fossero rimembran­ze e ricordanze, per alludere a gran poeti; ma è con Proust che la nostal­g­ia designa un rimpianto consape­vole e il ripensamento minuzioso del tempo perduto. E questo men­tr­e fuori pulsavano le officine indu­striali, ideologiche e letterarie del futuro. Ma Proust stesso avverte che l’euforia per i vagoni in corsa che infervora il primo ’900,è desti­nata a tramontare e si torna ad amare la bellezza di Venezia, quel­la Venezia passatista vituperata da Marinetti (che poi morì proprio lì). Accanto alla nostalgia del passato perché «i veri paradisi sono i para­disi che abbiamo perduti», Proust coltiva anche una nostalgia simul­t­anea per gli eventi mentre accado­no; è una specie di «nostalgia pre­ventiva » che delle cose presenti preavverte la loro perdita, prefigu­ra il loro svanire. Un meraviglioso espediente della natura, secondo Proust, che fa balenare il presente nell’orto prezioso dei ricordi. Non manca in Proust una vena ironica che sembra avvicinarlo a Oscar Wilde; ma Wilde è un Proust estroverso, con la brillante superfi­cialità di chi vuol stupire. Wilde ama il paradosso, che è una verità invertita e divertita, senza l’impla­cabile indagine introspettiva di Proust. Di lui condivide la voluttà della scrittura, non il tormento del pensiero. È possibile tracciare una filoso­fia proustiana? Il florilegio ci per­mette di cogliere nitidamente tre versanti della Ricerca proustiana: la scoperta della curvatura del tem­po, il passato che riaffiora nel pre­sente e si congiunge al futuro; la scoperta di un ponte, di un cammi­no introverso che dalla luce della realtà conduce nell’antro recondi­to dell’anima, in quel luogo oscuro denominato psiche dove sorgono le idee e i sentimenti. E infine la sco­perta che le cose sono animate; li­berate dall’inerzia del loro esistere banale, vibrano di ricordi allusivi (effetto madeleine ). Le cose parla­no in Proust, sussurrano a chi sa ascoltare. Una rivoluzione straor­dinaria. Qui la solitudine di Proust si ritrova con Freud e con Bergson e anche con Nietzsche, con la fisi­ca teorica e con l’inconscio jungia­no. Nella ricerca proustiana del tem­po perduto, la morte di chi ti è caro o lo svanire del passato, tra i dolori che arreca, dona però un piacere: quel che resta nella memoria degli affetti è un ricordo selettivo, il me­glio che merita di essere salvato, la sintesi gloriosa o squisita di quel che fu. Non il suo lato noioso, bana­le o negativo. La morte screma la vi­ta, l’assenza depura la presenza dalla pesantezza del quotidiano. Resta il fior fiore delle persone, dei fatti e delle cose. Folgorante poi la sua intuizione sull’oblio, che pre­serva nelle sacche della memoria involontaria la realtà più autentica del passato. E ce la restituisce in uno di quegli agguati che il passato tende al presente appostandosi dietro l’angolo e riapparendo a sor­presa. E poi s’intrecciano come in una trama di fili dorati, i suoi acuti pen­sieri sulla solitudine necessaria dell’artista e sul suo inevitabile vi­vere per sé, sulla considerazione del genio come specchio del mon­do; la metafisica applicata alla vita quotidiana fin nei minimi risvolti, la penetrante analisi dell’amore («Non si ama che ciò che non si pos­siede »), della malattia e di «quella lunga disperata e quotidiana resi­stenza alla morte » che è la vita pen­sata. La spremuta di Proust non perde le sue vitamine ma le con­densa. Poi verranno i proustiani di maniera, che sarebbe meglio chia­mare proustatici; troppe rozze ma­deleine intinte nella tazza di Proust... «e un Marcel diventa ogni villan che pasteggiando viene». Nell’ultimo libro della Recher­che , Proust scrive: «Fra dieci anni noi, fra cento anni i nostri libri, non ci saremo più». Esatta fu la profe­zia sulla sua vita, non sulla sua ope­ra. I cent’anni sono vicini ma sulla Recherche non è caduta la polvere dell’oblìo.