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 2011  ottobre 31 Lunedì calendario

Sachs, l’anti-eroe miserabile che visse come in un romanzo - «Appena ci hanno spiega­to che eri al Seminario, abbiamo pensato fos­se un nuovo locale e chiesto l’indirizzo per venire a cenare con te»

Sachs, l’anti-eroe miserabile che visse come in un romanzo - «Appena ci hanno spiega­to che eri al Seminario, abbiamo pensato fos­se un nuovo locale e chiesto l’indirizzo per venire a cenare con te».Un aspirante sacerdote o l’eter­no viveur? La vita di Maurice Sachs (Pa­rigi, 1904- Germania, 1945), fu un equi­voco finito in tragedia. Si passa la giovi­nezza a prendersi gioco degli altri e di sé stessi,un po’ per finta e un po’ sul serio, da buffoni e da carogne: maldicenze, furti, traffici, alcol, sesso, droga, il vizio sottobraccio al piccolo crimine, ma sempre a buon mercato. Intanto arriva­no i tempi di ferro, quando le nazioni im­bracciano le armi e l’unico gioco possi­bile è il gioco al massacro. Nell’Europa in fiamme della Seconda guerra mon­diale, Sachs s’illuse che nulla fosse cam­biato e tutto fosse solo più eccitante. Lo ammazzarono i tedeschi, di cui si era messo al servizio, lavoratore volontario prima, spia dopo. Lo sbatterono in car­cere ad Amburgo, poi gli spararono un colpo alla tempia durante il trasferi­mento a marce forzate dalla galera al porto di Kiel. Jean Cocteau, il maestro da lui in seguito rinnegato, per spiegare l’impunità del suo Dargelos negli En­fants terribles , scrive che la pena di mor­te non esiste nei licei. Il liceale cresciuto Sachs commise l’errore di credergli. La “leggenda nera”di Maurice Sachs comincia con la sua morte. Prima se si vuole, è una leggenda rosa-nero, la pe­derastia conclamata e l’iconoclastia sofferta,l’ubriachezza anche molesta e la bancarotta, il risentimento e il tradi­mento verso amici, amori, benefattori. Nato nel 1906, a vent’anni è già qualcu­no pur continuando a essere nessuno. È il discepolo di Cocteau, ha Maritain come padrino di battesimo quando ab­bandona Jahvé per Gesù, è amico di Max Jacob, fa parte di quelli di “Le boe­uf sur le toit”, che non è un tanto un loca­­le, quanto il concentrato dei pittori, dei romanzieri e degli intellettuali dell’epo­ca. Non ne ha ancora trenta che già fa parte del comitato di lettura di Galli­mard, ne dirige una collana editoriale, è traduttore, ha scritto un primo, brutto libro. Tutto ciò che dopo morto gli verrà addebitato come abiezione, da vivo è una sorta di divertissement : si fa tagliare un abito talare da Chanel, perché, si sa, «il nero slancia e assottiglia, ci si vede belli», rubacchia nelle case degli amici, si fa dare anticipi per libri che non scri­verà, si sposa e poi pianta in asso la spo­sa... A ogni trasgressione, a ogni scanda­lo, segue un pentimento, per poi rico­minciare. Fisicamente sgraziato, picco­lo, grasso,calvo,ha un suo fascino,la se­duzione che nasce dall’abiezione, il pia­cere di sporcarsi. Si vede come «un am­basciatore del male », predestinato a far­lo: «In me il senso di colpa ha preceduto il primo errore». È un curioso impasto di vanità e di servilismo: «Essere schiavi è una condizione deliziosa». Il Sabba ( Adelphi,pagg.332,euro 22; traduzione di Tea Turolla e Leopoldo Carra, con una Nota, esemplare, di Ena Marchi) esce nel 1946: Sachs è già mor­to, la Francia sta cercando di scrollarsi di dosso, grazie a una stentorea indigna­zione, l’onta dell’occupazione e della collaborazione, e lui è un buon capro espiatorio. Il sottotitolo del libro è «Ri­cordi di una giovinezza burrascosa» e in tono contrito racconta di «un eroe davvero miserabile. Ho fallito in tutto. Sfuggirò alla cattiva sorte? Forse me ne vado soltanto per tentare, ancora una volta, di strappare me stesso alla ronda infernale del sabba». Due anni dopo è la volta di L a chasse a courre , e questa volta il tono è ribaldo, picaresco. Qual è il vero Sachs? Il primo, il secondo, tutti e due o nessuno dei due? Ammiratore di Proust, Sachs sogna il grande libro, ma il confronto lo schiac­cia e raccontare da recluso la vita, inve­ce di viverla sino in fondo, non fa per lui. Non ci riesce nemmeno nei 17 mesi che trascorre, scrivendo, in cella: mette giù appunti, riflessioni, liste di libri, abboz­za dei ritratti, ma è come se demandas­se a una «seconda vita, quella di scritto­re », il passaggio successivo. Crede di avere ancora tempo. Si sbaglia. Il Sabba , e ancor più La chasse a cour­re ( anche questo di prossima pubblica­zione per Adelphi), restano come docu­mento di un’epoca e prova di autore. Sa­chs racconta gli anni fra le due guerre co­me «il decennio dell’illusione, l’età in cui si credeva di essere felici perché ci si divertiva. Non si afferrava la vita: la si saccheggiava come una città conquista­ta ». Allo stesso modo coglie bene come alla fine di questo arco di tempo tutto è cambiato: «La gioventù di oggi odia la frivolezza, è presa da idee fondamen­tali­come noi eravamo presi da per­sonaggi romanzeschi». Se nel Sabba c’è un eccesso di «io», nella Chasse c’è il distacco del memorialista. «Credeva che tutto gli fosse permesso perché la sua inno­cenza aveva sempre la meglio sulla sua furbizia. Partì per Amburgo come si parte per l’Italia in viaggio di nozze;pos­so affermare che partì ebbro di candore, posso affermare che fu quel candore stesso a uccider­lo ». In questo epitaffio di Violet­te Leduc c’è molto di Sachs, uno che credeva che la letteratura, alla fine assolvesse da tutto, dal tradi­mento come dall’infamia.