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 2011  ottobre 30 Domenica calendario

«Nature» benedice i climatologi Ma solo se sono catastrofisti... - Il pensiero unico va forte anche nella scienza

«Nature» benedice i climatologi Ma solo se sono catastrofisti... - Il pensiero unico va forte anche nella scienza. La rivista Nature è te­nuta in alta considerazione negli ambienti accademici. Ho sempre pensato immeritatamente, e gli edi­tori fanno poco per farmi cambiare idea. Anzi, sembra che ce la metta­n­o tutta per consolidare il mio con­vincimento. L’editoriale dell’ulti­mo nu­mero invita gli scienziati a in­viare articoli sul tema del clima: nul­la di strano, direte voi. Peccato che esordiscano così: «sono benvenuti risultati di ricerca che confermino i cambiamenti climatici antropoge­nici ». Nasce spontanea la doman­d­a se per caso siano invece non gra­diti risultati di ricerca che sconfes­sano l’origine antropica dei cam­biamenti climatici. A leggere il re­sto dell’editoriale pare di sì. Quelli di Nature sono fissati da anni e il perché lo spiegano nell’edi­­toriale: le misure dalle stazioni di terra ci direbbero che il pianeta si sta riscaldando. Peccato che 1) quelle stazioni campionano meno del 30% della superficie delle terre emerse e trascurano la totalità del­la superficie degli oceani; 2) il 70% di esse sono situate in località non a norma, ad esempio in aree che ne­gli anni si sono urbanizzate (ove gli aumenti di temperatura registrati nulla hanno a che vedere col cli­ma); 3) le misure satellitari, da quando disponibili, non registra­no alcun aumento di temperatura dell’atmosfera né sopra gli oceani né sopra le terre emerse; 4) la teoria del riscaldamento globale antropo­genico prevede che nella troposfe­ra equatoriale a 10 km da terra si re­gistri un riscaldamento almeno doppio di quello registrato a terra, ma le misure satellitari registrano, lassù, non un accentuato riscalda­mento ( men che meno doppio) ma un rinfrescamento! Insomma, la te­oria del riscaldamento globale an­tropogenico fu, nella migliore delle ipotesi, un’ipotesi di lavoro, forse buona 30 anni fa, ma oggi sconfes­sata dai fatti. Uno dei tanti granchi presi dalla scienza. Succede: la scienza si muove su un terreno in­certo, per lo più ignoto. È per que­sto che si chiama ricerca: ricerca di ciò che non si sa. Ma per qualche ragione, a diffe­renza della maggior parte dei gran­chi, quello dei cambiamenti clima­tici antropogenici è evoluto in fro­de. Troppe carriere si sono consoli­d­ate su esso e troppo denaro vi è sta­to allocato. Talmente tanto che vi hanno potuto attingere laureati in agraria, filosofi, sindacalisti, avvo­cati e, naturalmente, politici: tutti esperti di clima. E tutti che invoca­n­o altro denaro perché siano forag­giate le loro improbabili attività. Lo spettro è ampio: c’è chi esegue cal­coli con modelli numerici dalla dubbia attendibilità e chi intrattie­ne blog pettegoli sul tema. Il deno­min­atore comune di questi parassi­ti è invocare l’impossibile, tipo la ri­duzione delle emissioni di CO2 del 20% entro 10 anni. Tutti costoro hanno ora un’altra cosa da fare per riempire le loro giornate: inviare ar­ticoli a Nature. Nell’editoriale che cito la rivista ha promesso di pubbli­carli anche se i risultati presentati non hanno passato il vaglio che ogni risultato di ricerca dei settori che non sono il cambiamento-cli­matico- antropogenico deve supe­rare.