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 2011  ottobre 30 Domenica calendario

Se una strage di animali vale soltanto una multa - Appena 5000 euro di multa per il peggior disastro am­bientale nella storia della Nuova Zelanda

Se una strage di animali vale soltanto una multa - Appena 5000 euro di multa per il peggior disastro am­bientale nella storia della Nuova Zelanda. 1018 uccelli mor­ti, soffocati dalle 1700 tonnellate di cherosene riversate in mare dal­la motonave «Rena» al largo del porto di Tauranga, in Nuova Ze­landa. Deciderà il giudice se a bor­do c’era una festa, quella del co­mandante, 44 anni, ora agli arresti domiciliari. Avrebbe lasciato i co­mandi e la portacontainer, a 18 no­di di velocità, è andata a sbattere contro la barriera corallina dell’ Astrolabio. Era un piccolo paradiso: delfi­ni, pinguini, balene. 142 uccelli di varie specie sono stati recuperati ed ora sono sotto la tutela della protezione animali neozelande­se. «Ci vorrà del tempo per ripulir­li e rimetterli in libertà - dice uno dei 500 volontari impegnati nel salvataggio della fauna del po­sto ». Una meraviglia della natura, ora irrimediabilmente compro­messa. «Noi speriamo di liberarli nello stesso luogo da cui li abbia­mo raccolti ma sappiamo che non dipende solo da noi. La minaccia ambientale - spiega resta alta fin­tanto che la portacontainer Rena resta incagliata in quel pezzo di barriera. Vedi quella chiazza mar­rone che accompagna in superfi­cie le onde? Quello è tutto cherose­ne perso dalla nave, continua ad arrivare e ogni giorno sembra au­mentare ». Quello è il primo rubinetto da chiudere. C’è infatti ancora del carburante nel serbatoio della Re­na. Sul luogo del disastro è già giunta la nave cisterna Awanuia. Dovrà prepararsi a pompare gas e carburante dal relitto per metter­lo in sicurezza. Ma le operazioni non cominceranno almeno fino a quando le condizioni meteo non lo consentiranno. C’è poi il proble­ma del carico. Nessuno sa con esattezza cosa contengano i con­tainer ancora rimasti in coperta e quelli persi in mare. Sono 88 in tut­to. Alcuni hanno viaggiato alla de­riva fino all’isola di Motiti. Un al­tro paio sono giunti fino alla spiag­gia di Papamoa, a 5 chilometri da Tauranga. In mare le operazioni di recupero sono condotte grazie ad una flottiglia di pilotine. Ma la minaccia resta alta: il relitto della Rena è in pratica tagliato in due. Può spezzarsi in qualsiasi mo­mento. Rotta e condannata, dice­va il New Zealand Herald in prima pagina qualche giorno fa. La notizia ha anche oscurato l’attesa che tutto il Paese sta viven­do per il mondiale di rugby. Da queste parte l’ambiente è una co­sa seria. E quelle immagini dei gabbiani e dei cormorani con le piume luride di catrame hanno l’effetto di un pugno allo stomaco. Proprio a Papamoa, la passeggia­ta sulla sua finissima sabbia acca­rezzata dal Pacifico, lascia un paio di centimetri di catrame sulle suo­le­delle scarpe come macabro sou­venir. Le autorità hanno vietato l’accesso all’arenile per permette­re le operazioni di pulizia. I volon­tari non usano solventi, solo bar­rier­e e sacchetti di plastica per rac­cogliere sabbia e catrame e portar­li lontano. Un lavoro massacrante che non riguarda solo Papamoa, ma diverse spiagge come ad esem­pio quella di Motiti, la più vicina al relitto della nave. Per questo il pri­mo ministro John Key e il ministro dei trasporti Steven Joyce, sotto ac­cusa nelle prime ore per la lentez­za dei soccorsi, ora non escludo­no una caccia senza fine al colpe­vole. Per fargliela pagare. Ma per ora a pagare (e pure poco) è solo il comandante della nave. La prossi­ma settimana tornerà in aula è gli verranno contestate altre accuse. Intanto l’armatore della Rena, Diamantis Manos in un messag­gio video ha chiesto scusa alla po­polazione di Tauranga e in perfet­to burocratese ha annunciato l’apertura di un’inchiesta interna per scoprire la cause dell’inciden­te. Della festa di compleanno del comandante neanche a parlarne, per carità. L’assicurazione non ca­pirebbe. E l’equipaggio, gli unici che potrebbero dire qualcosa in più su quello che è accaduto quel­­la notte, è già tornato nelle Filippi­ne. Le migliori condizioni, insom­ma, per insabbiare l’inchiesta co­me del resto hanno fatto con il ca­trame. Intanto ci sono quei mille uccelli morti, le balene che hanno preso un’altra rotta e Tauranga che dovrà aspettare parecchio pri­ma di tornare ad essere quel pez­zo di paradiso simbolo turistico e commerciale dell’«isola dalla lun­ga nuvola bianca».