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 2011  ottobre 30 Domenica calendario

«La riforma del lavoro è una priorità Molti nel centrosinistra la voterebbero» - Tra i fattori che comprometto­no la competitività­del sistema Ita­lia c’è la scarsa flessibilità del mer­cato del lavoro

«La riforma del lavoro è una priorità Molti nel centrosinistra la voterebbero» - Tra i fattori che comprometto­no la competitività­del sistema Ita­lia c’è la scarsa flessibilità del mer­cato del lavoro. Ieri il ministro Maurizio Sacconi ha rilanciato la necessità di una riforma e il pre­mier Silvio Berlusconi ha sottoli­neato l’efficacia del disegno di leg­ge presentato dal senatore Pietro Ichino. Chiediamo al noto giusla­vorista del Pd che cosa prevede la proposta di riforma da lui elabora­ta. «In sostanza si tratta di questo: un codice del lavoro semplificato, composto di 70 articoli molto chia­ri­e facilmente traducibili in ingle­se, suscettibili di applicarsi a tutta l’area del lavoro sostanzialmente dipendente. Così si supera il duali­smo fra protetti e non protetti nel mercato del lavoro. L’idea è che, in partenza,questo nuovo “diritto del lavoro unico”,per la parte rela­tiva ai licenziamenti si applichi soltanto ai rapporti di lavoro nuo­vi, che si costituiranno da qui in avanti». Quali sono i punti salienti? «Tutti a tempo indeterminato ­tranne, ovviamente, i casi classici di contratto a termine, per punte stagionali, sostituzioni tempora­nee, eccetera - a tutti le protezioni essenziali, in particolare contro le discriminazioni, ma nessuno ina­movibile. E a chi perde il posto una garanzia robusta di assisten­za intensiva nella ricerca della nuova occupazione, di continuità del reddito e di investimento sulla sua professionalità. Per maggiori dettagli devo rinviare al testo del disegno di legge n. 1873/2009 e al mio sito, www.pietroichino.it ». Ritiene che in Parlamento ci potrà essere una convergenza tra maggioranza e opposizio­ne, o vincerà la preclusione del­­l’estrema sinistra? «Questo disegno di legge, pur non essendo stato fatto proprio dal Pd, è stato presentato al Sena­to, insieme a me, da altri 54 senato­ri del Pd: la maggioranza del no­stro gruppo. È stato fatto poi espli­citamente proprio dall’Udc, dal­l’Api e da Futuro e Libertà. E il 10 novembre una mozione di France­sco Rutelli che impegna il gover­no a varare una riforma modellata proprio su questo disegno di leg­ge è stata approvata dal Senato a larghissima maggioranza: 455 vo­ti contro 24 contrari e astenuti». A quindici anni dal «pacchetto Treu» la flessibilità continua però ad apparire un tabù; che cosa non ha funzionato? «Questa è per sua natura una materia molto ansiogena. Finché si parla genericamente di un inter­vento legislativo, si scatenano tut­te le paure. Per questo è politica­mente e­ssenziale aprire la discus­sione sulla base di un progetto pre­ciso, nero su bianco, il cui equili­brio sia stato messo a punto attra­verso incontri politico- sindacali e seminari universitari in tutta Ita­lia. Questo è quello che è avvenu­to prima e dopo la presentazione del disegno di legge n. 1873». I sindacati sono pronti a dare battaglia in difesa dell’articolo 18. Sono ancora rappresentati­vi di un mondo del lavoro in ra­pida evoluzione? «Finché si oppongono a propo­ste generiche, talvolta minaccio­se nella loro formulazione - come quella dei “licenziamenti facili” ­capisco la loro mobilitazione. Ma qui la cosa è molto diversa: si par­la, innanzitutto, di una riforma della materia destinata ad appli­carsi soltanto ai rapporti di lavoro che si costituiranno da qui in avan­ti. Chi oggi ha un rapporto di lavo­ro stabile conserverà la vecchia protezione. Si parla, poi, di varare un nuovo codice del lavoro sem­plificato capace finalmente di ap­plicarsi a tutti, voltando pagina ri­spetto al regime attuale di vero e proprio apartheid fra protetti e non protetti. Opporsi a questo pro­g­etto da parte di grandi confedera­zioni come Cgil, Cisl e Uil che si proclamano non corporative, si­gnificherebbe mettersi contro le nuove generazioni». Che cosa offrirebbe alle parti sociali come contropartita? Come riformerebbe il Welfare per sopperire alla minore cer­tezza di impiego e di reddito? «Una prima contropartita im­po­rtantissima è costituita dall’ap­plicazione di questo nuovo “ codi­ce del lavoro semplificato” a tutti i nuovi rapporti di lavoro in posizio­ne di sostanziale dipendenza dal­­l’azienda, superando il dualismo che oggi caratterizza negativa­mente il nostro mercato del lavo­ro. Una seconda contropartita al­trettanto importante è costituita dalla garanzia per tutti i lavoratori dipendenti di un trattamento alla danese in caso di perdita del po­sto: garanzia di continuità del red­dit­o e di un forte investimento sul­la loro professionalità, perché più e meglio si investe su di essa, più rapida sarà la ripresa del lavoro e quindi la cessazione del tratta­mento di disoccupazione». Sacconi punta molto sull’ap­prendistato... «Non può essere l’apprendista­to a garantire la flessibilità di cui le imprese hanno bisogno: anche perché essa non riguarda soltanto i primi due o tre anni di lavoro dei new entrants . Ciò non toglie che l’apprendistato costituisca una forma di accesso al tessuto produt­tivo molto importante, sulla qua­le è giusto investire». Secondo la Cgia di Mestre con i “licenziamenti facili” la disoc­cupazione italiana sarebbe pe­rò prossima all’11%... «I calcoli della Cgia si riferisco­no all­’ipotesi in cui la nuova disci­plina dei licenziamenti si applichi anche ai rapporti di lavoro già esi­stenti. Ma il progetto prevede che essa si applichi soltanto ai nuovi rapporti di lavoro. Pertanto è ra­gionevole prevedere, in partenza, soltanto un effetto positivo sui li­velli occupazionali, perché la ridu­zione dei vincoli in uscita favorirà le assunzioni a tempo indetermi­nato ». Il precariato, soprattutto per i giovani, è ormai una costante. Come contrastare gli abusi? «La definizione del lavoratore dipendente, a cui si applica la nuo­va disciplina, è concepita in modo da non richiedere l’intervento di ispettori, avvocati e giudici per im­porre l’applicazione del diritto del lavoro. Rientrano in questa no­zione, oltre alle figure già tradizio­nalmente qualificate come “su­bordinate”, coloro che svolgono continuativamente lavoro perso­nale in regime di monocommit­tenza, cioè soltanto o quasi soltan­to per un’unica azienda, con un reddito annuo non superiore a 40mila euro. Per accertare questi elementi essenziali bastano i tabu­lati dell’Inps o dell’Erario». Tra i primi desideri degli italia­ni c’è quel­lo di vivere in una abi­tazione di proprietà. Ma acqui­stare casa da «precario» non è impresa facile, che cosa si può fare per agevolare l’erogazio­ne di credito? «Con la riforma che propongo non ci saranno più precari, salvi i casi classici di lavoro a termine. La necessaria e ineliminabile flessi­bilità di cui le strutture produttive hanno bisogno sarà distribuita in misura uguale su tutti i nuovi as­sunti. E tutti, quindi, saranno po­sti in posizione di pari opportuni­tà per ottenere dalla banca il mu­tuo ».