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 2011  ottobre 29 Sabato calendario

Il rogo di Lauda diventa film «Vi racconto come è andata» - Decisamente, quella del 1976 è stata una stagione misteriosa, ol­tre che commovente, vertiginosa e sorprendente, sia agonisticamen­te, sia tecnicamente

Il rogo di Lauda diventa film «Vi racconto come è andata» - Decisamente, quella del 1976 è stata una stagione misteriosa, ol­tre che commovente, vertiginosa e sorprendente, sia agonisticamen­te, sia tecnicamente. Nemmeno la più fervida fantasia di un grande ro­manziere potrebbe mettere insie­me tanti fatti automobilisticamen­te così notevoli. Eppure, nei miei ri­cordi prevalgono le commozioni. Mi rivedo a Monza, il giorno delle prove. Il dramma del Nürburgring era già lontano e superato, fra mille sofferenze. Cominciava il dopo-Lauda, con interrogativi enormi. Aspettavo Niki. Volevo guardarlo negli occhi. Con quale coraggio tor­nava così precipitosamente in pi­sta? Conqualeforza? Luichedique­ste doti era stracarico. Si capiva il mondiale. Si capiva l’esigenza di una sua sostituzione, dopo due pas­­saggiangoscianti, aZeltwegeaZan­dvoort, tuttosullespallediRegazzo­ni. Ma come, la “T2” non era una gran macchina, erede della “312-T” del miracolo-1975? Così si precipita dall’Olimpo all’inferno della Formula 1. Avevo previsto il peggio: Niki non farà una bella figu­ra. Meglio aspettare un mese anco­ra e provarci in Canada. Intanto, era arrivato Carlos Reutemann, li­beratosi dagli impegni, per salire sulla sua macchina e proiettarsi nel 1977 da pilota titolare. La mia sor­presa è stata enorme, quando, a fi­ne qualifiche, l’ho visto aggiudicar­si il quinto miglior tempo, “leader” del Cavallino. Reutemann in quar­ta fila, Regazzoni in quinta. Lo aspettavo nel box- allora si poteva! - e gridavo i miei commenti al caro Ingegner Forghieri. Appena sceso di macchina,l’ho visto togliersi il ca­sco. La testa fasciata. Le bende intri­se di sangue. Una commozione de­­vastante. Faticavo a parlare. Elogi, frasi circostanza, il consiglio di non correre. «Io no, io bene, io corre!», in risposta. Che eroe! Vera epopea da film. Altro che Frankenheimer, conosciuto e ammirato dieci anni prima. E che gara. Quarto, dopo la bella ripresa di Clay, secondo, ma nettamente davanti a Reutemann, non più così arrogante. Di nuovo le bende del capo insanguinate. Le ustioni che lo sfiguravano. Gli oc­chi sofferenti, in mancanza di lacri­mazione. Ammirazione enorme. Logico tornare a quel primo ago­sto all’Eiffel.Non avevo mai credu­to alla sua deconcentrazione. Sì, spesso sbadigliava ai box, e lo can­zonavo. Ma appena saliva in mac­china era il robot che tutti ammira­vano. La causa era ben diversa. Tec­nicamente, avevo cercato di risolve­re il mistero. La sua guida compute­rizzata aveva spiazzato tutti. Non poteva finire nel rogo, da cui Merza­rio ha cercato di sottrarlo, solo per una cattiva digestione. E tutto quel clamore. «Non si è fatto niente», mi assicuravano tecnici e meccanici al box, appena finito il gran premio. «Un po’ di scottature in fronte e sul­l’orecchio. È andato direttamente in ospedale, a farsi medicare. È sta­to fortunato!». Allora, torno subito a Milano. Vado a Koblenza e pren­do il vagone-letto, per essere in se­de al più presto, giacchéal“Giorna­le” (non usciva an­cora di lunedì) c’erano grandi commenti in vista. Nonl’avessimaifat­to! Altro dramma nella notte. Lauda aggravato a Lud­wigshafen. Lauda in punto di morte. I fumi aspirati l’avevano portato sot­to la tenda ad ossigeno. Stampa e te­levisioni mobilitate. Un medico te­des­co mi disse che era tutta una esa­gerazione, per guadagnarsi il meri­to­di aver salvato un personaggio fa­moso. MaEnzoFerrarimiassicura­va che era stato veramente male. Tutto dimenticato. Dopo Mon­za, l’idea fissa era il mondiale. Dia­volo d’un Lauda! Brillante, ma sfor­tunato a Mosport; terzo a Watkins Glen, con quel freddo. Restava il Fuji: quarto in griglia, poteva farce­la, contro James Hunt. Se non che il maltempo prendeva il sopravven­to. Brutta pista, pericolosa con la pioggia. Ma quale paura, per entra­resubitoaibox! Nehannoracconta­te di tutti i colori. Di sicuro, Niki non conosceva paura. La verità fu che non aveva ancora fatto l’operazio­ne all’occhio. In quelle condizioni, non ci vedeva bene, sempre schia­vo della lacrimazione. E, poi, è vero che i piloti di vertice si erano accor­dati, per fermarsi in caso di diluvio. Lui si è fermato per primo. Hunt ha continuato e si è laureato campio­ne per un punto. Tutti a giurare che non c’era nessun accordo. Invece, Mario Andretti, grande campione anche di lealtà, mi ha dato tutte le as­sicurazioni che cercavo. Chissà se tutti questi drammi saranno rievo­cati correttamente, con la migliore ricerca della verità.