MARCO BRESOLIN, La Stampa 31/10/2011, 31 ottobre 2011
Sedici ostaggi italiani nel mondo - La terribile notizia che arriva come un fulmine a ciel sereno dopo tanti presentimenti volutamente sopiti
Sedici ostaggi italiani nel mondo - La terribile notizia che arriva come un fulmine a ciel sereno dopo tanti presentimenti volutamente sopiti. Poi il nulla per giorni, settimane, mesi. Ogni tanto, forse, un messaggio. Un video oppure solo la voce, testimone di una vita che ancora continua anche se chissà esattamente dove e come. Sono sedici le famiglie italiane che ogni mattina si svegliano con questa angoscia. Sedici come il numero dei nostri connazionali che ancora sono in mano ai rapitori, sparsi tra le terre e i mari del continente africano. La maggior parte (dodici) in mano ai pirati somali, che tengono quella «merce preziosa» sotto la minaccia delle armi, in attesa di poterla scambiare con sacchi pieni di dollari. Poi ci sono i cooperanti: da Francesco Azzarà, sequestrato ad agosto in Darfur, fino a Rossella Urru, catturata una settimana fa in Algeria. Ma anche chi in Africa c’era andato per lavorare (l’ingegnere Franco Lamolinara in Nigeria) o per turismo (la fiorentina Maria Sandra Mariani in Algeria). Negli uffici dell’unità di crisi della Farnesina ci sono i loro fascicoli. Sono quindici, perché la vicenda di Bruno Pellizzari, rapito più di un anno fa al largo della Tanzania, la stanno seguendo le autorità sudafricane in quanto il velista ha la doppia nazionalità. I familiari dei 15 rapiti vivono ogni giorno un dramma nel dramma, psicologico. Da un lato devono osservare il silenzio stampa imposto dalla Farnesina ed evitare che si parli delle rispettive vicende: troppo clamore giocherebbe a favore dei sequestratori, che alzerebbero il prezzo. Dall’altro temono che, con il passare del tempo, il silenzio riponga tutto nel dimenticatoio, facendo diminuire le pressioni sul governo e le speranze di riabbracciare i loro cari. Potrebbero esserci sviluppi a breve, invece, per i cinque italiani a bordo della petroliera Savina Caylyn (insieme agli altri membri dell’equipaggio, 17 indiani). Qualche giorno fa la vicenda della nave sequestrata l’8 febbraio scorso, nelle acque tra la Somalia e l’isola yemenita di Socotra, è tornata alla ribalta per il drammatico appello lanciato dai sequestrati. Prima con una telefonata alla redazione del sito «Libero Reporter», poi con una chiamata nell’ultima puntata della trasmissione «Chi l’ha visto?». «Ci stanno torturando, stiamo morendo. Aiutateci!»: questo il grido disperato lanciato da Antonio Varrecchia, il direttore di macchina, originario di Gaeta. Accanto a lui c’era il triestino Eugenio Bon, 30 anni, mentre gli altri tre italiani (Gianmaria Cesaro di Piano di Sorrento, Crescenzo Guardascione e Giuseppe Lubrano di Procida) sono stati trasferiti a terra. Da qualche giorno le radio somale stanno diffondendo un messaggio congiunto in cui si sentono le voci di Mahmud Farole (rappresentante del governo somalo del Puntland) e di Alfredo Mantica (sottosegretario agli Esteri) che chiedono ai sequestratori di permettere l’invio di aiuti umanitari. Ma la buona notizia sembra arrivare dall’Inghilterra: il mediatore londinese avrebbe infatti inviato all’armatore Fratelli D’Amato un fax per spiegare che «i negoziati sono in fase avanzata» e che la situazione potrebbe sbloccarsi nel giro di un mese. Discorso diverso, invece, per i sei italiani sulla Rosalia D’Amato, sequestrata il 21 aprile scorso dai pirati somali al largo delle coste dell’Oman. A bordo ci sono il messinese Orazio Lanza (comandante), Antonio Di Girolamo (direttore di macchina di Marsala), Giuseppe Maresca (secondo ufficiale di coperta, di Vico Equense), Pasquale Massa (primo ufficiale di coperta, di Meta di Sorrento ma residente in Belgio), Gennaro Odoaldo (terzo ufficiale di coperta) e Vincenzo Ambrosino (allievo ufficiale di macchina), entrambi di Procida. Di loro e dei 15 filippini membri dell’equipaggio si sa pochissimo, solo che le condizioni di salute sono precarie (si parla di casi di tubercolosi a bordo) e che i pirati avrebbero chiesto sei milioni di dollari di riscatto. L’hanno soprannominata «la nave fantasma» perché sono tanti i misteri che galleggiano insieme a questa motonave: dai telefoni che suonano senza che nessuno risponda fino alla rotta «anomala» per un’imbarcazione che, partita dal Brasile e diretta in Iran, per questioni di sicurezza non avrebbe dovuto passare nel Canale di Mozambico.