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 2011  ottobre 29 Sabato calendario

SU AL SUD, DOVE L’ITALIA SI FECE PATRIA

Ho avuto il privilegio di partecipare all’inaugurazione della mostra “Da Sud. Le radici meridionali dell’Unità nazionale”, a Napoli, il 30 settembre scorso, alla presenza di Giorgio Napolitano. Ne è valsa la pena. E rivolgo un invito ai lettori a recarsi a visitare questo struggente racconto di biografie, tra sofferenze, speranze, morte e sopravvivenza a base di documenti fotografici, quadri, cimeli unici, molti mai esposti (fino al 15 gennaio 2012, ingresso). Vedere il presidente della Repubblica commosso davanti alla bacheca che ricorda i martiri della Rivoluzione Napoletana del 1799 è non solo una emozione privata, che pure lascia il segno, ma è un fatto di rilevanza politica. Ed è chiaro, ancorché implicito, il senso politico di questa ricca esposizione, curata, come lo splendido catalogo (Silvana Editoriale), da Luigi Mascilli Migliorini, uno dei pochi nostri storici ad avere il dono della comunicazione, e Anna Villari, studiosa d’arte. Davanti alle becere contestazioni provenienti da certi settori del ceto politico (in particolare dai signor Nessuno della Lega Nord, “resistibilmente” ascesi a sogli ministeriali), “Da Sud” non si limita a sottolineare il significato storicamente progressivo, del moto unitario, la sua necessità e, a dispetto dei tanti limiti ed errori, la sua positività, ma manda un messaggio assai netto: il Mezzogiorno non è stata la “palla al piede” di quel moto nazionale: al contrario, ne è stato un fattore fecondo.
STA QUI l’idea forte della mostra, la sua originalità. E attraversare le sale magnifiche del Palazzo Reale – dove senti la grande capitale europea che fu Napoli – seguendo il percorso espositivo, non solo produce un vivissimo piacere intellettuale, ma ti rigenera, sul piano del civismo, o del patriottismo costituzionale. Ne esci, insomma, caricato a dovere per rispondere, come meritano, ai signori leghisti che blaterano di una inesistente e grottesca “Padania”, come se fosse una entità etnica linguistica e culturale capace di produrre, per secessione, una “nazione”.
Si tratta di un percorso ricco di trovate di grande efficacia, realizzato con finissima cura dallo staff che ha collaborato con i curatori : staff di giovani, e la mostra ha una freschezza sicuramente legata, anche, all’età media, piuttosto bassa, di chi vi ha lavorato¸ Documenti d’archivio, nella loro forma originale, o riprodotti in forma digitale; ricostruzioni virtuali che ti precipitano nelle celle borboniche, o negli ambienti di quei coraggiosi patrioti; e, naturalmente, quadri d’epoca. Anzi, la mostra è un’eccellente occasione per scoprire o riscoprire opere e autori ingiustamente dimenticati o sottovalutati: ecco il bellunese Ippolito Caffi, che celebra col suo pennello sontuoso l’ingresso di Vittorio Emanuele a Napoli, sotto un cielo dove nuvole cupe annunciano tempesta; ecco i Fratelli Bandiera, fucilati alla presenza di uno spettrale gruppo di monaci (opera di Camillo Costa); le immagini emozionanti dei terribili luoghi di detenzione dei patrioti, opera del catanese Giuseppe Sciuti; e ancora, le tante belle rappresentazioni di un Gioacchino Murat, opportunamente eroicizzato; o quelle, ovvie, ma sempre suggestive, di Garibaldi, ad opera dei napoletani Michele Cammarano e Giacinto Gigante, del foggiano Francesco Altamura, dello svizzero Franz Wenzel, del palermitano Luigi Lojacono, o il calabrese Andrea Cefaly, che, come più o meno tutti costoro, d’altronde, fu anche patriota combattente, perseguitato, incarcerato.
IL CAPITOLO delle persecuzioni è uno dei più notevoli della mostra, capace di suscitare autentiche emozioni anche per eventi ormai lontani. Si videro allora a confronto, come in epoche successive e precedenti, le due Italie; quella che mira a un riscatto delle “plebi” e che vuole costruire una società moderna, e quella oscurantista, bigotta, clericale, e reazionaria, tutt’al più è disposta a cambiare solo perché tutto rimanga come prima. Il moto nazionale fu anche moto di emancipazione sociale: almeno così lo intesero i migliori fra quei patrioti che, nelle sale di questo Palazzo carico di storia, sono immortalati in marmi severi che riescono a parlarci, a dirci molto di più di quanto talora ci è capitato di ascoltare in convegni, o leggere su libri. La nobildonna Eleonora Pimentel Fonseca (una delle figure più straordinarie di tutta questa vicenda straordinaria), il poeta Carlo Poerio, il giurista Mario Pagano, lo scienziato Domenico Cirillo, il letterato Luigi Settembrini, il sacerdote rivoluzionario Antonio Toscano. Tocca proprio a costui, curato di Corigliano Calabro (fermato in un marmo, in posa che quasi rompe le leggi della fisica, dal suo corregionale Francesco Ierace) essere il simbolo della mostra.
TOSCANO organizzò addirittura una Legione militare calabra, per combattere l’odioso regime dei Borboni: assediato dalle truppe sanfediste al comando del cardinale Ruffo, che volevano “liberare” Napoli dai rivoluzionari del ‘99, Toscano, come Pietro Micca, fa saltare in aria se stesso e i suoi, con gli aggressori: Alexandre Dumas ne racconterà le gesta, grazie all’unico patriota sopravvissuto.
L’epopea del ’99, quella del ’48, precedono e preparano gli eventi che condurranno, attraverso la miracolosa spedizione garibaldina, alla proclamazione dell’Italia unita; “si mieté, in quel decennio, la messe preparata da un secolo di fatiche”, sintetizzò Benedetto Croce. Non fu la Repubblica democratica sognata da Mazzini e Garibaldi ,o quella socialista preconizzata da Pisacane, ma fu l’Italia una e libera da soggezioni straniere. Un’Italia che, fuor di retorica, fu costruita col pensiero dei filosofi e dei giuristi, l’opera degli storici, le creazioni di artisti, letterati, musicisti; e fu cementata col sangue di patrioti, che non esitarono a sacrificarsi per quello che pareva loro un ideale maggiore, la Patria una e unita. Quell’ideale, ahinoi, che oggi qualcuno vorrebbe cancellare, favorendo non solo il sorgere di patrie minime, ma inventando tradizioni e provando a gettare come peso morto della storia proprio quel Sud che da Napoli alle Calabrie, da Calatafimi al Volturno, fu il possente volano dell’Unità.