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 2011  ottobre 30 Domenica calendario

E INTANTO ANCHE LA CASTA COMPIE 150 ANNI

La casta, come l’Italia unita, ha centocinquant’anni. Chi reputasse insuperabile, per vizio e corruzione, l’attuale Parlamento, sarà contento di sapere che il primo, insediato il 18 febbraio 1861 a Torino, era costituito da due principi, tre duchi, 29 conti, 23 marchesi, 26 baroni, 50 commendatori o gran croci, 117 cavalieri e così via, con medici, avvocati, ingegneri, generali, ammiragli, industriali, colonnelli, banchieri, un bey dell’Impero Ottomano, alcuni milionari, pure un prelato e dieci preti. «Vi è di tutto, il popolo eccetto», scrive il compilatore, Ferdinando Petruccelli della Gattina.

«I moribondi del Palazzo Carignano» - dalla sede del primo legislativo - è un piccolo e fondamentale capolavoro, un ritratto di gruppo di una deputazione con Camillo Benso di Cavour e Giuseppe Garibaldi, fra gli altri, e con Petruccelli che osserva e scrive. Giornalista di gran classe, non un indignato speciale ma un incontenibile ironico che amabilmente dissacra una riverita assemblea. Il libro, ora riproposto da Mursia (147 pagine, 15 euro) e curato da Beppe Benvenuto, fa eterni i difetti - ché i meriti di quella generazione sono indiscussi - di una accolita di blasonati che delle periferie non si occupano e nulla sanno. La moglie di Petruccelli, in un viaggio in treno, prende a brutto muso un collega del marito: «Voi andate ai balli di corte; voi andate alle ricezioni del barone Ricasoli... Voi siete invitati a tutte le feste. Voi viaggiate gratuitamente. Voi non pagate le spese di posta. La vostra medaglia in oro è un passapertutto... Voi avete un palazzo principesco per andarvi a leggere i giornali, parlare, fumare... Voi siete ben riscaldati... Vi si danno dei banchetti, vi fanno dei toast...». Avesse avuto a disposizione un Marco Travaglio, questa signora... «Le ballerine del Teatro Regio sono ghiotte di deputati...», dice, che nessuna sciagura è esclusiva attuale.

Quell’eletto - i torinesi non se ne dispiacciano - ha da ridire: è arrivato a Torino e «gli onesti abitanti di quella città avevano onestamente quadruplicato il prezzo del fitto». La vita del parlamentare è un inferno, a dover soldi o attenzione per un’opera pia, le vittime cristiane del Giappone, i tisici del Brasile. Quando parla in aula «i miei colleghi, di sotto, vanno, vengono, rimuovonsi, leggono i giornali e mi confondono, mi forviano. Il presidente strimpella col suo campanello. Gl’intolleranti interrompono. Si rumoreggia, si strepita, si sbadiglia ohimé - si sbadiglia». Se parlano gli altri si sa già che diranno. Non c’è ideologia che tenga - Petruccelli non lo dice, ma le si sospettano già estinte - e «vi sono parecchi deputati che seggono alla sinistra e votano costantemente con la destra: altri che, anche sedendo alla destra, votano talvolta con la sinistra».

Il più delle volte «la massa della destra vota come un sol uomo», mentre la sinistra è un «esercito senza soldati» in «mancanza di carattere politico». Dopodiché il programma della sinistra «non differisce che per dettagli di metodo e tempo» da quello della destra. Bipartisan è la questua: «A questo ministro una carica di Presidente della Corte di Cassazione, a quello un posto di Consigliere di Stato, a Ricasoli di esser prefetto, a Bastogi di essere direttore, a De Sanctis infine, non volendo gran che onorare così piccolo ministro, chiede un cattedra per insegnare il dialetto del suo villaggio...». E non è soltanto un balletto grottesco: Petruccelli ha lampi di orgoglio - è il Parlamento nuovo di un’Italia nuova - e moti di ammirazione per gli uomini che ritrae, in particolare per Cavour di cui - come scrive Benvenuto - «coglie l’assoluta superiorità rispetto al ceto dirigente del tempo», pur senza mitizzarlo, nemmeno se è circondato da «moribondi», chissà se più vivi dei nostri contemporanei.