Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  ottobre 31 Lunedì calendario

“Fermiamo l’invasione” Atene costruisce l’ultimo muro d’Europa - Un nuovo muro in Europa

“Fermiamo l’invasione” Atene costruisce l’ultimo muro d’Europa - Un nuovo muro in Europa. Hanno deciso di costruirlo qui. Nella boscaglia fitta dove senti urlare: «Go, go, go!». Dove qualcuno sta scappando anche adesso. In mezzo ai campi di pannocchie. Fra i cacciatori greci che sparano alle lepri e i pescatori turchi che lambiscono il confine con le loro piccole barche di legno. In questo angolo di frontiera. Dove 130 immigrati in media al giorno attraversano il fiume Evros in qualche modo. Canotti gonfiati a bocca. Braccioli da bambini. Ciambelle gialle. Corde e preghiere. Oppure affidando i soldi stropicciati alle solite mani dei trafficanti. Non importa come. Youness Faisall, per esempio, mette le scarpe da ginnastica e la tuta Adidas dentro un sacchetto di plastica. Poi lega il fardello al collo con le stringhe, e si butta. In jeans e maglietta. L’acqua è gelida, ma sa nuotare bene. Sette minuti. E adesso un po’ ride e un po’ piange, cercando l’ultimo raggio di sole per scacciare via i brividi. «Questo è il giorno più felice della mia vita - dice Faisall -: evviva l’Europa. Ho 26 anni, arrivo da Casablanca, andrò a lavorare a Parigi. Il mio piano è riuscire ad aprire un ristorante». Il piano della Grecia, invece, è difendersi dietro a tre metri di cemento e filo spinato, con telecamere, sensori termici e nuovi centri di detenzione. Il muro sarà lungo dieci chilometri e trecento metri. Dai villaggi di Kastanies e Nea Vyssa alle campagne, dove l’ansa del fiume è più stretta, il confine più indefinito e la via per l’Europa apparentemente piùagevole. Dunque non era una minaccia. Neanche un modo per attirare l’attenzione della comunitàeuropea. Il ministro dell’Interno greco, Christos Papoutsis, fa sul serio. Il 4 ottobre è scaduto il bando di gara. Quattordici imprese hanno i requisiti per la costruzione del muro. Sta per essere annunciato il vincitore. Poi incominceranno i lavori. L’obiettivo è finire prima della prossima estate. Sono già pronti 6 milioni di euro, in un piano complessivo da 275 milioni (200 arrivano dall’Europa). La Grecia considera la costruzione del muro un’opera prioritaria. Ha i confini più porosi dell’Unione: 132.524 migranti nel 2010, 47 mila solo nella zona dell’Evros. Ma arrivare al fiume passando dal confine turco fa uno strano effetto. Il concetto d’Europa appare ormai relativo. Da Istanbul c’è un’autostrada a tre corsie. Edirne - la vecchia Adrianopoli - brulica di vita. Le bambine vanno a scuola con il grembiule delle Winx. Ragazze e ragazzi si tengono per mano nelle strade del centro, fra i minareti della moschea Selimiye. Ovunque, banche e negozi di telefoni cellulari. I turchi non invidiano i greci. Ma Youness, Rached e gli altri non è qui che vogliono stare, anche se è stato facile ottenere il visto per turismo. La Turchia accoglie chiunque. Afghani e pachistani arrivano a piedi dal’Iran. I bengalesi rimbalzando da diversi aeroporti. I nordafricani comprano i voli in Algeria. Stanno arrivando anche dalla Libia e dal Corno d’Africa. Molte donne dalla Repubblica Dominicana. Sono ondate continue di gente senza valigia. Anche famiglie con bambini piccoli. Vogliono andare dall’altra parte del fiume. Dove li attende un’altra Lampedusa. La zona è già militarizzata. Quotidianamente battuta da un contingente di Frontex, l’agenzia europea per il controllo dei confini. In questi giorni il capo è un agente islandese. Studia nuove strategie con i colleghi greci. I mezzi militari percorrono la sponda del fiume. Gli agenti usano grossi binocoli a raggi infrarossi. In tutta l’area è vietato fare fotografie. Solo i cacciatori hanno libero accesso, con vecchi fuoristrada per non impantanarsi. A noi ci porta un ragazzo di Nea Vyssa, ma dopo averci fatto vedere le torrette di avvistamento, le barche dei trafficanti e i salvagente ancora gonfi sulle rive, è preoccupato per il fango che abbiamo sulle scarpe. «Se ti vedono così, capiscono dove sei stato». Eppure anche oggi gruppi di ragazzi guadano l’Evros. Alcuni aspettano il buio. Altri si spostano verso Sud. Sbucano dai boschi bagnati fradici e si incolonnano sulle strade. Accolti e spesso salvati dagli operatori di Medici senza frontiere. Distribuiscono kit di sopravvivenza, coperte e cure, informazioni preziose. Perché sono ragazzi che non sanno nulla. Quando scoprono che Atene è lontana ancora 1000 chilometri, sgranano gli occhi e riprendono a camminare. Il capo della polizia di Orestiada si chiama Georgios Salamagkas. Madonne e bandiere nel suo ufficio. A tutti i giornalisti mostra un video in bianconero: un motoscafo affianca una piccola barca a remi, che trasborda uomini e donne da una sponda all’altra. «Abbiamo arrestato 73 trafficanti nel 2010 e 49 nel 2011 spiega - nel 50 per cento dei casi so-no turchi». Poi Salamagkas tira fuori un plico di foto impressionanti. Cadaveri devastati dall’acqua. È difficile passare l’Evros. Il fiume è profondo, pieno di correnti e mulinelli. E la fine di tutte le speranze è uno spiazzo di terra, nel piccolo villaggio di Sidiro: definirlo cimitero non sarebbe giusto. Oggi arrivano quattro cadaveri. Li hanno trovati i cacciatori. Il medico legale ha già fatto l’autopsia e prelevato un campione di Dna a futura memoria. Ora due funzionari aprono il cancello di ferro e scavano l’ennesima buca. Non ci sono lapidi. Neppure croci. I morti dell’Evros sono considerati musulmani per definizione. «Arrivano qui con un cartellino attaccato alla busta di plastica - spiega Enes Domadoglu, che aiuta a scavare -. Niente nome, nemmeno la nazionalità. C’è scritto soltanto un numero». Nessuno conosce l’esatta contabilità dei morti dell’Evros. Lo spiazzo è grande. Tantissimi cumuli di terra. File disordinate. Le erbacce ricresciute indicano l’anno di sepoltura. «Quello che stiamo verificando dice Ioanna Pertsinidou di Medici Senza Frontiere - è che i migranti sono disposti a fare viaggi sempre più complicati, pericolosi e dispendiosi, pur di raggiungere la loro destinazione finale». Quando arrivano in Grecia vengono portati in centri di detenzioni in condizioni pessime, come quello di Fylakio. Disumani per stessa ammissione del Governo: «Non abbiamo fondi». Ne escono con un permesso di soggiorno valido per 30 giorni. Una specie di foglio di via. Con il divieto di passare dai porti di Patrasso e Igoumenitsa, quelli dove si può tentare di salpare verso altri pezzi d’Europa. «Ma stanno già aprendo nuove vie attraverso l’Albania - spiega Ioanna Pertsinidou -. Oppure passano dalle isole minori. Il muro non farà altro che aumentare i rischi di viaggi già decisi». Il commissario Salamagkas non è il tipo che si scompone di fronte alle critiche: «Avevamo bisogno di chiudere quel tratto di 10 chilometri e lo faremo. Il muro servirà. Il 70 per cento degli immigrati è passato di lì». Come Youness Faissal. Che intanto se la ride. Ride e piange. Le stazioni sono piene di ragazzi come lui. Infreddoliti, stremati, commossi. Si dividono i biscotti. Di nuovo in partenza. Faysall ripensa al suo ristorante e ti abbraccia: «Lo chiamerò “Sogni per tutti”».