Francesca Garbarini, il Fatto Quotidiano 30/10/2011, 30 ottobre 2011
95 ANNI E MI RICORDO QUELLA VOLTA CHE PIANSI
La voce è roca e dolce. Altro che burbera. Sempre sorniona, identica a quella che quarant’anni fa divertiva ospiti e telespettatori a Ieri e oggi, la storica trasmissione Rai di cui YouTube conserva incredibili spezzoni. E incanta ancora, come incantavano i suoi recital di poesia, da Ariosto a Neruda. Arnoldo Foà, 95 anni, colonna portante del sistema spettacolo italiano, una storia fatta di migliaia di ore passate sul palcoscenico, dietro una cinepresa, in uno studio televisivo, al telefono è rilassato e si diverte come un ragazzino che gioca con la nave dei ricordi. Il Festival internazionale del cinema di Roma lo celebra tra pochi giorni con un documentario (il 31 ottobre proiezione speciale alla Casa del cinema, ore 15), diretto da Cosimo Damiano Damato e prodotto da Marcello Corvino. Il titolo è di quelli definitivi: Io sono il teatro.
Esagerato?
Un po’ sì (scoppia a ridere di gusto, quasi gorgheggia, ndr)! Però è vero: io mi sento il teatro. Ragazzi, il teatro è una cosa seria. È la vita. Non è quella cosa che si prova per divertirsi. Uno per fare l’attore deve conoscere prima se stesso e poi deve aver conosciuto il mondo. Non saprei dire in quale altro modo si diventa attori. Devi averlo dentro. Guardi che non è una cosa banale quella che le sto dicendo.
No, certo... E a lei come venne in mente di fare questo
mestiere?
Avevo 14 anni e mezzo quando ci pensai la prima volta. A 18 da Firenze, dove vivevo e studiavo, andai a Roma, al Centro sperimentale di cinematografia. Mi buttarono fuori nel 1938, per la razza, perché ero ebreo. Che poi è strano: io sono ebreo di famiglia, ma sono sempre stato ateo. Comunque sia, piansi tanto quella volta. Pianse anche il direttore della scuola. Ci volevamo bene. Ma io non potevo più recitare.
Si è mai pentito di aver scelto il palcoscenico?
Ho amato tanto il mio mestiere, con tutti i suoi problemi. Fare l’attore è un sacrificio, che crede? Uno pensa che è solo recitare o dirigere, ma in mezzo ci sono la guerra, i momenti in cui non lavori, gli impresari pasticcioni e quelli disonesti, le incomprensioni. A un certo punto ho capito che da certi teatri ero escluso per questioni politiche. Mi sono detto: “Bene, vuol dire che sono un artista indipendente, che i miei testi non sono inutili e non scorrono via come l’acqua”.
Chi è il vero attore per Foà?
Ce ne sono due tipi. I bravi attori e gli attori-sole. Sole nel senso che quando entrano in scena illuminano, scaldano e riempiono la sala di una tale meraviglia che non ci si può credere. Un bravo attore si può sempre trovare. Ma di quegli altri ne nascono davvero pochi in un secolo.
Qualche nome…
Totò: era uno serio. So che dire così di un comico fa ridere, ma io l’ho stimato tanto anche per questo. Si lavorava bene con lui. E poi Renzo Ricci e Salvo Randone, classe fatta a uomini. E Vitto-rio Gassman, sì certo. Poi, forse… forse Foà (ride di nuovo, una risata tenera e forte)!.
Con i big del teatro milanese, Paolo Grassi e
Giorgio Strehler, come andò?
Male. Non eravamo sulla stessa strada, non riuscimmo ad accordare i nostri strumenti. Che vuole? Capita.
E con gli stranieri?
Con Alain Delon e Jean Paul Bel-mondo ci si capiva subito. Con Delon eravamo ancora più intimi, perché mi è sempre piaciuto lavorare con persone molto intelligenti. Come Orson Wells: forse era un uomo un po’ complicato, ma un vero genio.
Negli anni Sessanta è stato
consigliere comunale per i
radicali a Roma. Lo rifarebbe?
Mai. Trovo che in politica ci siano molto più egoismo e violenza oggi rispetto ad allora. Parliamo di un sistema che non si occupa dei cittadini ma pensa solo a se stesso. Io queste cattiverie non le comprendo. E poi, dov’è finito il rispetto per la cultura? I politici sono i primi a non averlo. L’Italia senza la cultura non è niente, non è per niente un paese interessante. Se ne vada chi sta al governo, si recuperi la memoria di un paese che è senza testa. Lo devono fare i giovani: chi se no? Io lo devo fare?.
Ma se Berlusconi le proponesse un programma di teatro in tv, a Canale 5?
Qualsiasi cosa Berlusconi proponga, io non ci sento. Me lo levi di torno, questo Berlusconi.
Ha progetti per l’anno nuovo, sta scrivendo qualcosa?
Mi sono fermato. Non ho lasciato niente di incompiuto e niente voglio iniziare. Voglio solo vivere senza dolori, vicino ad Anna (Procaccini, la sua quarta moglie, sposata undici anni fa, ndr).
A teatro ci va ancora?
Teatro? Abbia pazienza, per me è una scocciatura serale più che un divertimento.
Il suo erede?
Non c’è bisogno di eredi. C’è bisogno che le nuove generazioni coltivino la memoria per imparare dal passato, non per emularlo, e soprattutto per inventare un futuro.
Che cosa legge la sera prima di dormire?
Un bel niente. Alla mia età… Ma se devo scegliere, torno da Dante. Che è il mondo, la perfezione, la consolazione.
Il suo ricordo più vivo?
L’emozione provata quando annuncia la fine della seconda guerra mondiale. Da quel momento sono tornato a essere io, Arnoldo Foà, con il mio nome e cognome. Non ero più un ebreo, non ero più Puccio Gamma. Avevo accettato quel compromesso perché volevo e dovevo lavorare. Ma tornare a essere me stesso è stata una gioia grandissima.