FRANCESCO SEMPRINI, La Stampa 30/10/2011, 30 ottobre 2011
Dai soldi in Svizzera potrebbero arrivare almeno 10 miliardi - Dieci miliardi di euro. E’ questa la cifra che, a conti fatti, potrebbe essere garantita dal negoziato fiscale fra Italia e Svizzera sul rientro di capitali depositati negli istituti di credito del paese elvetico per eludere la tassazione imposta dalle autorità italiane
Dai soldi in Svizzera potrebbero arrivare almeno 10 miliardi - Dieci miliardi di euro. E’ questa la cifra che, a conti fatti, potrebbe essere garantita dal negoziato fiscale fra Italia e Svizzera sul rientro di capitali depositati negli istituti di credito del paese elvetico per eludere la tassazione imposta dalle autorità italiane. Una cifra ancora tutta da verificare, visto che nel governo c’è chi parla anche della possibilità di raccogliere fra i 20 e i 25 miliardi di euro. Gli introiti stimati Il negoziato con l’Italia nasce sulla scia di quelli già siglati tra il governo elvetico e quelli di Gran Bretagna e Germania. «Ci sono stati contatti “tecnici” e informali tra Svizzera e Italia sulla questioni fiscale. Ma si tratta di contatti a livello di funzionari per esplorare il terreno. A livello dei governi non vi è ancora alcuna decisione», diceva nei giorni scorsi un portavoce del dipartimento svizzero delle finanze (Dff) sulla trattativa. Ma a dispetto delle voci ufficiali la discussione è a buon punto: il consigliere diplomatico del Tesoro Carlo Baldocci è già stato a Berna più volte. La cautela è d’obbligo per due motivi: la delicatezza della materia e l’enorme quantità di «caveat» dai quali dipende l’esito dell’accordo. La cautela degli svizzeri Da alcuni mesi, «ci sono stato contatti. Abbiamo presentato il modello. Si continuerà, a livello tecnico, ma a livello dei governi niente è deciso su eventuali trattative», aveva detto a Berna il portavoce del Dff, Roland Meier. E’ il processo abituale. «Prima di possibili negoziati, bisogna sapere se si può, se vale la pena negoziare per le due parti», ha osservato. «Per l’avvio di negoziati ha aggiunto - serve una decisione dei governi». In materie come queste - inutile dirlo - il diavolo si può nascondere nel dettaglio. Il modello tedesco L’Italia punta ad un accordo che potrebbe somigliare a quello firmato dalla Germania: l’Italia potrebbe ottenere dalle banche d’oltralpe una tassa una tantum (fra il 19 e il 35%) su ogni conto corrente riconducibile a cittadini italiani, con la garanzia però che l’anonimato venga rispettato. Una volta emersi, dall’anno successivo su quegli stessi capitali si potrebbe applicare in via permanente la normale aliquota, come se si trattasse di capitali rientrati legalmente. La Germania ha ottenuto anche di più: la possibilità per l’amministrazione fiscale di avere un certo numero di informazioni mirate all’anno (circa mille) alle autorità di Berna. Una breccia nel finora impenetrabile segreto bancario svizzero. I trust senza cittadinanza Ma quanto si può davvero ottenere con l’accordo? Difficile dirlo. Nel governo circolano almeno due tesi: i più prudenti sono convinti non sia possibile ottenere più dieci miliardi, i più ottimisti stimano si possa arrivare a 20-25 miliardi, se non di più. Lo scarto è giustificato da almeno tre ragioni. La prima: la stima su quanti siano i capitali depositati in Svizzera oscilla fra i 100 e i 150 miliardi di euro. Secondo: il comportamento dei correntisti italiani in caso di accordo. Una volta firmato, molti dei ricchi italiani con i capitali depositati in Svizzera potrebbero decidere di spostare i propri fondi da una sede di una qualunque banca di quel Paese alla filiale di un altro paradiso fiscale. Terzo: la possibilità di risalire alle persone fisiche dei conti. Se il conto è intestato a un trust o a una fiduciaria, risalire all’effettivo titolare è pressoché impossibile, né le banche hanno interesse a farlo. L’efficacia dell’accordo dipende anche dalla possibilità o meno di rompere questi schermi legali. L’ipotesi dell’accordo europeo. Fosse dipeso da Tremonti, di questo accordo non si sarebbe mai dovuto discutere. Lui sperava in una trattativa sulla tassazione del risparmio, ma con le intese bilaterali ogni possibilità di accordo a livello Ue è saltata. A quel punto il governo ha deciso di seguire la sua strada. Ora è allettato dall’idea di fare cassa, e in fretta. Con Bruxelles che preme per l’abbattimento del debito pubblico, l’accordo con la Svizzera sarebbe la garanzia di una entrata certa.