ALESSANDRO BARBERA, La Stampa 30/10/2011, 30 ottobre 2011
Il governo stringe sui tempi, a breve il progetto-dismissioni - APalazzo Chigi il centralino della presidenza squilla a vuoto
Il governo stringe sui tempi, a breve il progetto-dismissioni - APalazzo Chigi il centralino della presidenza squilla a vuoto. Da ieri mattina il premier è in Sardegna per 48 ore di relax. Berlusconi è messo al corrente delle ultime notizie mentre passeggia fra i cactus del suo grande giardino. La notizia su un eventuale rete di salvataggio per l’Europa e per i Paesi finora esclusi da aiuti internazionali - ovvero Italia e Spagna viene derubricata dal suo entourage a «voci senza molto fondamento, peraltro smentite da Bruxelles». Eppure, che a Washington si discuta dell’argomento, e ormai da mesi, è noto a tutti. Così come è noto che all’interno dell’Europa, e fra i grandi Paesi del mondo ci siano ancora parecchie divisioni su come attuare l’eventuale piano. Berlusconi sembra comunque consapevole della necessità di «fare in fretta», di attuare al più presto il piano presentato a Bruxelles. Quella «rapidità» auspicata ieri dal ministro delle Finanze tedesche Shaeuble, pena «il giudizio severo dei mercati». «Andrò io stesso in Parlamento a spiegare le cose», va dicendo il premier a chi lo sente in queste ore. «So che la situazione è difficile, ma sono tranquillo come sempre. Faremo la nostra parte perché a questo governo non c’è alternativa». Al Tesoro si trincerano invece dietro ad un eloquente «no comment» e rimandano alle parole pronunciate da Tremonti venerdì a proposito del giudizio dei mercati sul piano presentato dall’Italia: «E’ troppo presto per fare una valutazione. Ci vuole tempo per vedere come si muovono nei prossimi giorni». L’incognita che pesa sull’Italia si chiama Francia: se - come si vocifera ormai da settimane - le agenzie di rating dovessero decidere il declassamento del debito sovrano di Parigi, i primi a pagarne le conseguenze sarebbero anzitutto i rendimenti dei titoli italiani, i quali, all’ultima asta, hanno già superato la pericolosa soglia del6%. La soglia oltre la quale il Portogallo ha deciso di chiedere l’intervento delle istituzioni internazionali. In sintesi: il premier è tranquillo, convinto che gli impegni presi siano sufficienti a rassicurare gli investitori, il ministro dell’Economia non dorme sonni altrettanto tranquilli. L’antipatia che Tremonti ha guadagnato presso una parte della maggioranza fa sì che i suoi timori siano trattati come quelli di un disfattista, più concentrato nel precostituire le condizioni di una crisi piuttosto che il bene dell’Italia. «La ricchezza delle famiglie italiane è una garanzia di solidità», spiega il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto. «L’ipotesi di intervento del Fondo riguarda l’Europa intera e non l’Italia in particolare». Dunque avanti tutta con le riforme promesse a Bruxelles. La prima voce nella lista delle quindici pagine di impegni sono le dimissioni del patrimonio pubblico. Il documento promette «entro la fine di novembre» un piano che permetta cinque miliardi di proventi l’anno nei prossimi tre anni. I capigruppo del Pdl stanno lavorando ad una soluzione che permetterebbe di intervenire per via legislativa già questa settimana, innestando nella legge di Stabilità un pacchetto di norme che permetta la cessione accelerata di alcuni beni a partire dalle aree militari dismesse. Una strada potrebbe essere quella di imporre ai Comuni titolari delle aree la concessione dell’edificabilità, rendendo così le stesse aree appetibili per il mercato. I numeri della maggioranza terranno? Almeno ufficialmente, ai vertici del Pdl non c’è alcun timore, tanto alla Camera quanto al Senato. Il ragionamento che fanno in queste ore i capigruppo è più o meno questo: quanto più si allontanano le voci di governo istituzionale, tanto più la minaccia dello scioglimento frena le tentazioni di questo o quel deputato che teme per la rielezione. «Non credo alle indiscrezioni, se lo avessi fatto il governo avrebbe dovuto già essere caduto», dice al Tg3 Maurizio Lupi. «Misuriamoci sui fatti. Vediamo se le scadenze saranno rispettate». Avanti con i fatti, nella speranza che la battuta circolata nelle stanze europee venga ricordata come la malignità di una voce anti-italiana: «Il problema dell’Italia non è la ricetta, bensì il cuoco».