BRUNO VENTAVOLI, La Stampa 29/10/2011, 29 ottobre 2011
Telefono, la voce del secolo breve - E’ nato oltre un secolo fa e ha cambiato il nostro modo di stare su questo pianeta, trasportando la voce come un’eco ovidiana in ogni angolo di mondo
Telefono, la voce del secolo breve - E’ nato oltre un secolo fa e ha cambiato il nostro modo di stare su questo pianeta, trasportando la voce come un’eco ovidiana in ogni angolo di mondo. Su chi sia il vero padre del telefono - Meucci, il valdostano Manzetti, Elisha Gray, o lo scozzese Bell? - la storiografia s’azzuffa con brevetti incrociati. Ma per dimostrare quanto l’aggeggio si sia insinuato nella contemporaneità arriva un libro bello da leggere per parole e per immagini, perché redatto con una grafica allagramente pop. S’intitola Trough the telephone e mescola «sketches, fili e parole» attraverso l’arte, il costume, la letteratura, la moda, senza sistema e senza pedanterie, solo con il brio d’un esuberante omaggio (Nicla edizioni, pp. 263, 80). Telefonate che hanno accelerato la storia, stoppato guerre o avviato rivoluzioni, telefonate piccanti, che hanno seminato nel parlarsi a distanza un nuovo gusto dell’eros, telefonate tristi, telefonate spicce, telefonate intercontinentali. C’è di tutto nel volume, da Dalì, che strappava telefoni al mondo onirico e li liquefaceva sulle tele, ai broker delle borse che conclusero affari più planetari da quando ebbero quello strumento, alle centraliniste, che sono state per lustri un ingranaggio invisibile e seducente per le conversazioni a distanza, agli omaggi poeticocanterini di Mina o Nico Orengo o Trilussa. I telefoni sono andati al di là del semplice conversare, diventando simboli d’altro attraverso i colori. Telefono «Azzurro» (per aiutare i bambini), «bianchi» (per raccontare la commedia della vita al cinema), «giallo» (per svelare delitti in diretta tv), «rosso» (tra Mosca e Washington per impedire alla guerra fredda di scaldarsi), «rosa» (per difendere le donne dalla violenza). Prima che arrivasse la radio, hanno anche diffuso informazioni. Pioniere fu l’ungherese Tivadar Puskas che inventò il notiziario «Telefonhírmondó», con un attore che leggeva i fatti più importanti del mondo in cinque minuti al telefono. Era il 1893 e il servizio partì con una sessantina di abbonati. Ma quel geniale transilvano che aveva cercato oro nel Colorado e partorito varie invenzioni per far decollare la moderna telefonia, ha lasciato un segno anche nella lingua che corre lungo il filo. Nel 1878, con il collega Edison, provò a effettuare la prima telefonata su lunga distanza, tra New York e Filadelfia. Quando udì la voce nella cornetta, e capì che l’esperimento era riuscito, esclamò colmo d’emozione in ungherese «hallom» («sento»). Quel grido si contrasse in «hallo», il nuovo modo di salutarsi a distanza nlle cornette. Forse è una leggenda; per gli ungheresi, è storia. In ogni modo, da quando il telefono irruppe nella vita quotidiana, l’America fu tutto un clangore di squilli e cinguettanti «hallo». Gli esperti di galateo giudicarono l’espressione poco dignitosa, volgare, e cercarono di arrestare l’epidemia di quell’abitudine, coniando altre parole. Ma suonarono ancora più buffe. E il verbo magiaro rimase per sempre incastonato nella rapsodia chiacchierevole del Novecento.