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 2011  ottobre 29 Sabato calendario

Il mito di Pavarotti all’asta a fin di bene - Un mito all’asta. Talmente grande e ingombrante che di aste ce ne vogliono due

Il mito di Pavarotti all’asta a fin di bene - Un mito all’asta. Talmente grande e ingombrante che di aste ce ne vogliono due. Il 6 dicembre, a Parigi, saranno battuti tre quadri appartenuti a Luciano Pavarotti; in primavera, a New York, saranno gli oggetti personali e i «memorabilia» di una carriera in effetti memorabile a essere malinconicamente venduti. La decisione è stata presa dalla vedova, Nicoletta Mantovani. Secondo «Le Figaro», la vendita dovrebbe fruttare un milione e mezzo o due di euro, che saranno versati alla Fondazione Pavarotti per i giovani cantanti lirici. Si comincia appunto da Parigi, all’Hotel Dassault, dove la casa d’aste Artcurial venderà tre quadri di casa Pavarotti. Lui non era un collezionista ma un appassionato pittore dilettante che amava il naif e i colori sgargianti. E ogni tanto comprava quadri di grandi maestri per investimento e per passione. Il pezzo forte della trinità è una rara gouache su carta del periodo russo di Chagall, «Villaggio russo o finestra aperta» del 1928 o ‘29. Se ricordiamo bene, era appesa nel bellissimo appartamento newyorchese di big Luciano, affacciato su Central Park. La stima della casa d’aste è di 300-400 mila euro. Poi ci sono un olio di Campigli, «Ragazze che giocano», datato 1955 e stimato 2-300 mila euro e uno schizzo di De Chirico, «Cavallo» (15-20 mila euro) scelto sicuramente per il soggetto. I cavalli erano un’altra passione di Pavarotti, che cavalcava volentieri nonostante la mole, e scherzandoci pure sopra: «Non ricordo il nome del cavallo che ho montato, ma certamente lui ricorda il mio». Più misteriosa l’asta americana: 250 oggetti che dovrebbero prima essere esposti all’Opéra di Parigi, al Met di New York e al Covent Garden di Londra. Non è chiaro se sia la stessa collezione già vista a Roma, al Vittoriale, in una piacevole mostra purtroppo sciupata da un catalogo dilettantesco. Ci dovrebbero essere dei costumi di scena, per ricordare quel che resta il Pavarotti «vero», cioè il tenore d’opera. E anche qualcosa del Pavarotti due, la popstar, fra cui la Fiat 750 blu e bianca a bordo della quale l’ex tenorissimo e neo canzonettiere appariva nel videoclip di «Ti adoro». Ma l’oggetto più curioso è senz’altro il panama bianco che il 13 dicembre 2003, giorno del suo secondo matrimonio, il maestrone indossò su un vestito blu e una cravatta rossa. Tenuta curiosa per un matrimonio curiosissimo, celebrato al teatro Comunale di Modena che adesso porta il suo nome per un gruppo di invitati molto «glocal», alla fine com’era lui, da Bono (e Zucchero, e Ligabue, e José Carreras) agli amici di sempre con cui giocare a briscola parlando in dialetto. Naturalmente gli artisti italiani facevano gli schizzinosi per esibirsi all’interminabile banchetto che seguì al matrimonio civile. Poi videro che Bono, molto più star di loro, non si faceva problemi a salire sul palco e mettersi a cantare, e l’abbuffata diventò una replica privata di un «Pavarotti and Friends», solo molto più divertente. È prevedibile che la doppia asta sarà presa d’assalto. Il precedente è incoraggiante. All’indomani dei funerali, vennero messi all’incanto su eBay due dei «santini» stampati per l’occasione. Bene: la base d’asta fu di 25 mila euro per uno e di 50 mila per l’altro. Resta, naturalmente, la perplessità per la decisione di disperdere i ricordi di un grande artista (e poi non si doveva fare a Modena, nella villa di Santa Maria di Mugnano dove il tenorissimo ha vissuto ed è morto, un museo per ricordarlo?) e, insieme, la malinconica consolazione che, a quattro anni dalla scomparsa di Luciano Pavarotti, il mondo non l’ha affatto dimenticato.