Mariano Maugeri, Giuseppe Oddo, Il Sole 24 Ore 29/10/2011, 29 ottobre 2011
GLI ONOREVOLI A CHILOMETRO D’ORO
«Qui abbiamo tagliato per primi i costi della politica». La Regione Emilia-Romagna mena vanto dei suoi primati. Il numero dei consiglieri, innanzitutto, il più basso in rapporto alla popolazione: solo cinquanta. E poi la sforbiciata ai vitalizi (le pensioni), la riduzione delle indennità del 10% e l’abolizione delle auto blu. Provate però a chiedere la busta paga a un consigliere regionale. Vi sarà opposto un netto ma cortese rifiuto. Nella regione che per decenni si è crogiolata nei suoi indubbi primati, certi argomenti sono tabù. E se ne comprendono le ragioni. Un rappresentante del popolo, eletto all’assemblea regionale, arriva a guadagnare in busta paga oltre 10mila euro netti al mese.
Accanto a uno stipendio base sostanzioso (indennità di carica e di funzione) a far lievitare la retribuzione sono i rimborsi spese: quello forfettario, per gli spostamenti legati all’attività politica, e quello chilometrico, per andare e tornare dai luoghi di residenza. Il primo è fisso e uguale per tutti, 2.277 euro al mese; il secondo è stato aumentato del 25% nel marzo 2011, a 0,81 euro al chilometro, per un massimo di 12 presenze mensili in consiglio. Lo scatto di un taxi costa meno. Più si abita lontano da Bologna, più il rimborso sale. I piacentini e i riminesi fanno il pieno. A Marco Carini del Pd e a Stefano Cavalli della Lega Nord, per esempio, tra il marzo e il maggio 2011 sono stati liquidati per spese di viaggio circa 10mila euro a testa. Gabriele Ferrari, Vladimiro Fiammenghi e Roberto Garbi, tutti del Pd, hanno avuto rimborsato nello stesso periodo da 6 a 7mila euro, così come Fabio Filippi del Pdl e Gabriella Meo di Sel.
I rimborsi di tutti i consiglieri sono da qualche mese di dominio pubblico grazie alla richiesta di accesso agli atti effettuata dal movimento Cinque stelle, i grillini bolognesi, che dal 2010 hanno due rappresentanti in Regione, tra cui Gianni Favia, un ex consigliere comunale che ha dato scandalo autoriducendosi lo stipendio, assieme all’altro collega di partito, a 2.500 euro. Il resto confluisce, al netto delle spese per fronteggiare una mezza dozzina di querele, in un fondo gestito da assemblee di cittadini.
Pure il presidente del Consiglio regionale, il trentasettenne Matteo Richetti, cavalca l’onda dei costi. Il rottamatore del Pd emiliano, fisico da attore ed ex collaboratore da Modena per Il Resto del Carlino, si attribuisce il merito della soppressione del vitalizio, la pensione che scatta anche dopo una sola legislatura. «Ho assunto questo impegno in campagna elettorale. Con la disoccupazione galoppante e le aziende che chiudono, il vitalizio appariva iniquo». L’abolizione varrà però solo a partire dalla prossima legislatura. Per questo mandato tutti i privilegi sono salvi. «C’era il rischio che i consiglieri si rivoltassero contro il provvedimento con un’ondata di ricorsi», spiega. I grillini ribattono che non erano in discussione i diritti acquisiti e che eventuali ricorsi non avrebbero avuto alcun appiglio legale.
Nel capitolo dei costi della politica regionale rientrano anche i pingui budget per il funzionamento dei gruppi. Al 31 dicembre 2010 il Pd, il partito di maggioranza relativa, aveva ricevuto quasi due milioni di euro, il Pdl 982mila euro, Idv e Lega Nord 438mila ciascuno, Sel-Verdi e Federazione della sinistra 312mila ciascuno e Udc 229mila. A questi si sommano i rimborsi di partito, sui quali, a differenza degli altri, non risultano controlli. Nel periodo 2010-2015 sono previsti 6,5 milioni al Pd, quasi 4 al Pdl, 2,2 alla Lega Nord, oltre 1 a Idv, 605mila euro all’Udc, 452 mila alla Federazione della sinistra, 288mila a Sel-Verdi. Su questi fondi tutti tacciono, grillini a parte, nonostante i tagli imposti dal governo ai conti regionali.
Dice Simonetta Saliera, assessore del Pd al Bilancio e vicepresidente della giunta: «Le manovre del governo ci hanno sottratto 340 milioni nel 2011 e 500 a valere dall’anno prossimo. Ci sono rimaste le competenze trasferite alla Regione con la riforma del titolo V della Costituzione, ma senza i trasferimenti». A farne le spese sono anche i fondi per il programma triennale di politica industriale per il 2012-2015, ormai ridotti al lumicino.
Anche la sanità, tra i settori più efficienti del modello emiliano, deve adattarsi alla carenza di risorse dello Stato. L’assessore alle Politiche per la salute, Carlo Lusenti, urologo ed ex leader del sindacato dei medici, racconta il piano di riduzione dei costi: «Abbiamo realizzato tutte le efficienze possibili. Le aziende sanitarie comperano i farmaci o attraverso Intercenter, la centrale unica di acquisto, o associate in tre aree vaste: un sistema che ci ha fatto risparmiare 70 milioni in tre anni. Non solo: tutta la Romagna ha un laboratorio unico per le analisi chimico-cliniche, tra i più grandi d’Europa. Nello stesso luogo abbiamo concentrato l’officina trasfusionale per tutta la regione e stiamo per creare un magazzino centralizzato di prodotti farmaceutici e sanitari che servirà le Ausl e gli ospedali». Gli sforzi logistici e organizzativi nulla possono, però, contro l’esplosione del consumismo sanitario, una sorta di ipocondria di massa che ha determinato, tra il 2005 e il 2010, un aumento da 50 a 75 milioni l’anno delle prestazioni ambulatoriali a parità di popolazione (eccetto i ricoveri e il ricorso al medico di base). Lusenti è preoccupato: «Questi livelli di crescita, contemporaneamente al calo dei trasferimenti, non sono più sostenibili». L’assessore si congeda sfoderando il suo orgoglio reggiano: «Questa è una Regione leader nel mondo. La nostra sanità compete con lo Stato di Alberta, in Canada, la Catalogna e la Scozia».
Tuttavia il modello emiliano non mostra più lo smalto di un tempo, nonostante la Corte dei conti, nella relazione sul bilancio consuntivo regionale per il 2010, appena publicata, rimarchi l’equilibrio finanziario dell’ente. La recessione, la saturazione delle aree edificabili e le difficoltà finanziarie degli enti locali hanno messo in crisi l’industria delle costruzioni, che ha fatto prosperare una componente importante del sistema cooperativo. Ma la forza delle coop "rosse", che ancora oggi beneficiano in Emilia-Romagna di una condizione di monopolio, risiede nel loro intreccio con la politica e in modo particolare con un partito, il Pd. I meccanismi di controllo degli appalti pubblici restano ferrei, impenetrabili. Racconta Manes Bernardini, consigliere della Lega: «Quando le carte arrivano in commissione o in assemblea i giochi sono già fatti. Per esempio, per il recupero della ex Manifattura tabacchi, il cui costo di riqualificazione è stimato in 198 milioni, il 3 febbraio di quest’anno è stato bandito un concorso da una società della Regione, in cui erano previsti appena 37 giorni lavorativi per la presentazione del progetto comprensivo di calcoli di sostenibilità economica, ambientale e gestionale. Dal punto di vista della legittimità amministrativa è tutto inattaccabile, ma c’è qualcosa che non quadra. Parliamo di 130mila metri quadrati tutelati dai Beni ambientali, che dovranno ospitare il tecnopòlo di Bologna». Casi come questi non sono infrequenti. Il 28 febbraio 2011 la giunta ha approvato procedure e requisiti per la gestione del programma di edilizia residenziale sociale del 2010, lavori per un ammontare di 30 milioni. Il bando per partecipare alla gara scadeva il 28 marzo e il giorno dopo veniva approvato lo schema di convenzione tra Regione e imprese cooperative per la realizzazione delle opere.
«Questa Regione è diventata un grande elemosiniere, un elargitore di fondi», attacca l’economista bolognese Filippo Cavazzuti, ex sottosegretario al Tesoro durante il primo governo Prodi, poi commissario Consob, oggi vicepresidente vicario del Banco di Napoli, del gruppo Intesa Sanpaolo. «Si è dato qualcosa a tutti. Ogni provincia ha una società partecipata, un aeroporto, una fiera, un centro agroalimentare, un tecnopòlo. C’è troppa gestione e poca programmazione. Dovevamo essere la Silicon Valley d’Italia, con una industria biomedica e una ricerca d’eccellenza. Invece si continua a investire nel mattone».
Anche il progetto dei tecnopòli, voluti dall’ex assessore regionale alle Attività produttive Duccio Campagnoli, attuale presidente di BolognaFiere, rischia di diventare l’ennesima speculazione edilizia. Alcuni terreni tra la Fiera e la tangenziale di Bologna, intorno della Manifattura tabacchi, sono riconducibili a Vittorio Casale, l’immobiliarista arrestato per bancarotta fraudolenta dalla Procura di Milano e socio in Intermedia di Giovanni Consorte, l’ex presidente di Unipol sotto processo per la fallita scalata a Bnl. Il nuovo che avanza.