Leonardo Maisano, Il Sole 24 Ore 29/10/2011, 29 ottobre 2011
NELLA CITY LO STIPENDIO TORNA D’ORO
«Preoccupante». Il premier David Cameron ha espresso così la sua apprensione per le conclusioni dela ricerca di Income data services (Ids) secondo cui i top manager, membri esecutivi dei consigli di amministrazione di società quotate al Ftse 100, hanno avuto aumenti medi del 49% nella remunerazione complessiva degli ultimi dodici mesi. Fra salario, bonus, assegnazione di azione (ma al netto di qualsiasi oscillazione dei titoli) il pacchetto medio è stato di 2,7 milioni di sterline l’anno. I ceo hanno avuto retribuzioni complessive medie di 3,87 milioni di sterline mentre i direttori finanziari si sono fermati a quota 2 milioni. Nello stesso periodo l’aumento degli stipendi medi nel Regno Unito è stato del 2,3% nel settore privato, mentre i dipendenti pubblici sono inchiodati alla «crescita zero» per evidenti ragioni di bilancio in un Paese che ha il 10% di deficit pubblico e una prospettiva di crescita ai limiti della recessione.
Per suscitare uno scandalo bastava molto meno. Anche perché, secondo il Centre for economics and business reasearch, l’occupazione nella City continua a contrarsi con un meno 27mila posti nel corso del 2011. Numeri che non cambieranno nel 2012 e che riportano i tassi di lavoratori nel miglio quadrato londinese ai livelli del 1998 (288mila contro i 354mila che si contavano a fine 2007). Come dire: la macchina finanziaria non ricomincia a tirare in termini di posti di lavoro, ma le dinamiche salariali della fascia più elevata rinculano verso i primati pre Lehman. Ad attenuare la polemica innescata dallo studio di Ids non bastano nemmeno le prevsioni che altri think tank hanno diffuso, fissando in non più di 4,3 miliardi di sterline il montante complessivo di bonus che la City distribuirà ai propri dipendenti al termine di quest’anno. Cifra importante, ma una frazione di quanto i bankers si erano assegnati nel 2007 quando erano stati accantonati quasi 12 miliardi di pound.
Le scosse sui mercati hanno indotto a più miti consigli, ma non abbastanza da evitare l’imbarazzo dei numeri diffusi dopo un attento esame delle buste paghe di consiglieri impegnati nelle maggiori imprese del Paese. Alcuni francamente difficili da comprendere come i 18 milioni di Mick Davis, ceo di Xstrata o i 17 di Bart Becht di Reckitt Benckiser, o gli 11 di Tom Albanese di Rio Tinto, solo per citare tre nomi scelti a caso nella lista dei top earners.
Non li capiscono affatto, ed è ovvio, i sindacati. Il segretario generale di Tuc, Brendan Barber, è stato esplicito. «Sono retribuzioni che non hanno nulla a che vedere con le vere performance, né con la realtà economica. I top manager hanno usato la scure sui salari dei dipendenti alla luce del grave quadro globale, ma verso se stessi hanno applicato criteri del tutto differenti». Gli stipendi d’oro dei top manager sono da tempo al centro dei pensieri di Vince Cable, ministro liberaldemocratico per le attività produttive. Tanto da averlo convinto a considerare l’inserimento di dipendenti nei comitati di remunerazione o sottoporre i singoli pacchetti salariali alla valutazione degli azionisti.