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 2011  ottobre 30 Domenica calendario

L’UMANITÀ TRA I GHIACCIAI

Se non avete mai sentito nominare il romanziere islandese Halldór Laxness, fate parte di una categoria infelice, che negli ultimi decenni si sta assottigliando di continuo e ben presto, se Dio è buono, sparirà del tutto per mancanza di affiliati. Laxness è uno dei geni della letteratura mondiale, un saggio, un mago spassoso, quel genere di scrittore i cui libri si impiega un po’ di tempo a finire perché ci si interrompe continuamente per prendere il telefono e leggerne brani agli amici. Leggerlo è un esperienza che non suscita ammirazione, ma gioia. Il suo romanzo Gente indipendente è un capolavoro di realismo, un corso di zootecnia, un attacco a qualsiasi animo tediato o compiacente. Aspettate, ascoltate: questo riguarda Bukolla, la mucca, ritenuta sterile fino a quando mette al mondo un vitello perfetto, adorato da tutti membri della famiglia squattrinata, finché un mattino si svegliano e scoprono che il padre ha lasciato le viscere del vitello sull’acciottolato all’aperto e ha portato la carcassa in città per venderla: «La mucca mugghiò senza sosta nella stalla, tentarono di portarla al pascolo, ma quella tornò immediatamente indietro a muggire sull’aia; muggiva al casale. Se ne sentiva l’eco dal monte, dai suoi occhi enormi caddero dei lacrimoni, sì, veramente un pianto bovino.

Per l’intera settimana la donna non ebbe il coraggio di andare a vedere la mucca, e la vecchia Frída fu prescelta per la mungitura. Niente è tanto spietato quanto la vita umana. Risulta anche molto difficile giustificare la vita umana, soprattutto alle mute bestie intorno a noi. Ma i primi giorni sono sempre i peggiori, e c’è un gran conforto nel fatto che i crimini e i dolori si estinguono, non meno dell’amore» (Gente indipendente, Iperborea, 2004, traduzione di Silvia Cosimini).

Laxness pubblicò il suo primo romanzo a diciassette anni, fu insignito del Premio Nobel a cinquantatré e morì nel 1998, a novantacinque anni, dopo aver pubblicato sessanta libri. In campagna, nei pressi di Reykjavík, è possibile visitare la sua casa, oggi un museo statale. Al piano di sopra, davanti al letto, è appeso un encomio del pontefice (Laxness saltò da un’ideologia all’altra tutta la vita: fu luterano, poi cattolico, e in successione comunista, pacifista, taoista). In un angolo c’è il suo portacravatte. Le ho annusate, purtroppo erano state lavate. Nell’ingresso si trova la pendola che egli prese a modello per quella descritta nel suo romanzo Il concerto dei pesci, quella che ticchettava con un suono che la voce narrante del bambino crede scandisca la parola "et-ERN-it-À". In quel libro scopriamo Laxness all’apice del suo stile più bizzarro. L’incipit di un capitolo è così: «Ho parlato un po’ del valore del pesce, ma non ho ancora detto niente della Bibbia» (Il concerto dei pesci, Iperborea, 2007, traduzione di Silvia Cosimini).

Soltanto cinque suoi libri sono stati finora tradotti in italiano. Il più recente, Sotto il ghiacciaio, è appena stato pubblicato. Uscito in islandese nel 1968 e in inglese nel 1972, Sotto il ghiacciaio, come la stragrande maggioranza dei libri di Laxness, era stato per lo più dimenticato dal mondo anglofono, finché una quindicina di anni fa alcune riedizioni hanno ripreso a circolare sul mercato. Susan Sontag definì Sotto il ghiacciaio «uno dei libri più divertenti che siano mai stati scritti». Non ho mai incontrato nessuno che condividesse questa sua opinione, però – considerando una frase alla volta – il libro è una deliziosa introduzione alle sue opere più grandi.

Sotto il ghiacciaio è una satira – della brama di guerra, della vanità delle sette e degli uomini di sport, delle consuetudini di campagna – che precludono al visitatore di passaggio di ottenere un semplice pezzo di pane o del pesce dall’oste di campagna che non riesce a esimersi dal servire a gente di elevata condizione sociale niente meno che dolci, un giorno dopo l’altro. È inevitabile, ma abbastanza sbagliato, mettere su uno stesso piano questo piccolo libro e i grandi romanzi di Laxness. Malgrado la vena mitica e quella satirica, questi ultimi sono pur sempre libri realistici: propongono una visione del mondo così come è, laddove le satire come Sotto il ghiacciaio mostrano ciò che il mondo non è, proprio facendosi beffe di quello che noi fingiamo che esso sia.

Scritto quando Laxness aveva già sessantasei anni, il romanzo racconta le vicende dell’emissario di un vescovo, il cui nome è abbreviato in EmVe, spedito nella remota parrocchia nei pressi del ghiacciaio Snæfells - da dove Jules Verne iniziò la sua spedizione nel Viaggio al centro della terra – per controllare se siano attendibili le voci secondo cui il pastore non assolve più alle funzioni religiose, ha autorizzato la sepoltura di corpi umani nel ghiacciaio e ha vissuto per trent’anni con una donna alla quale non è sposato. Quando EmVe arriva, scopre cose molto più bizzarre di quanto sia stato indotto a credere. Qualcuno ha trasformato una donna in un salmone, per esempio. O così si dice.

L’implacabile EmVe non si lascia impressionare. Una delle cose che rendono Laxness così divertente è che né lui né i suoi personaggi ridono alle battute. Non mi viene in mente nessun altro scrittore al quale riesca più naturale il trucco ironico di sfruttare l’umorismo per far spazio al dolore: nelle mani di Laxness, più che di una tecnica, si tratta di una legge universale.

Alla fine EmVe incontrerà il Ministro rinnegato; un camionista turbolento; un’ex suora e una tenutaria di un bordello che di recente, forse, si è reincarnata; e infine un gruppo di sedicenti stregoni scientifici californiani. EmVe li trova mentre stanno scagliando pietre agli uccelli su una scogliera. Loro gli spiegano la felicità insita nell’uccidere: «Perché noi americani attraversiamo mezzo pianeta con i fucili più complicati che si siano mai visti, per uccidere contadini nudi in un paese di cui nemmeno sappiamo il nome? Perché amiamo quelle persone come noi stessi. Le adoriamo». Se avete l’impressione che tutto ciò sia picaresco, ebbene, non lo è affatto. Anche quando Laxness lascia briglia sciolta alla sua fantasia, i suoi libri restano sempre improntati a una grande coerenza.

Sotto il ghiacciaio è una satira irruente, briosa, mordace. In quanto satira, non gli sono concessi i momenti di tremenda umanità dei suoi romanzi più ambiziosi, che fanno sì che la condizione umana sembri qualcosa di inventato lì, in Islanda, e che sia meglio descritta da vicende lì ambientate. Ma perfino in questo libro senza tante pretese, mentre si ride, si viene colpiti alle spalle dall’autore così: «Di notte, dopo che il sole è tramontato, il ghiacciaio diventa una sagoma placida che riposa in se stessa ed esala su persone e animali la parola "mai", che forse significa "sempre". È arrivata una brezza di morte».

(Traduzione di Anna Bissanti.

La recensione di Salvatore Scibona

si riferisce alla traduzione inglese

del 1972 di Magnus Magnusson)